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Domenica 4 Ottobre 2026

Autore: Pippo

  • Fuga dei medici dagli ospedali: 3.767 dimissioni nel 2025

    Fuga dei medici dagli ospedali: 3.767 dimissioni nel 2025

    Sanità

    Fuga dei medici dagli ospedali: 3.767 dimissioni nel 2025, +150% in un anno

    Nel 2025 3.767 medici ospedalieri hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale , contro 1.503 nel 2024. Per la prima volta nella serie 2015-2025 analizzata da Anaao Assomed, le dimissioni hanno superato i pensionamenti.

    Medici in un ospedale pubblico italiano, illustrazione relativa alle dimissioni dal Servizio sanitario nazionale
    3.767 Dimissioni volontarie

    Sono quelle registrate tra i medici ospedalieri nel 2025, contro 1.503 nell’anno precedente.

    +150% Aumento in un anno

    La crescita delle uscite volontarie segna una forte discontinuità rispetto al 2024.

    12/20 Regioni coinvolte

    In 12 regioni su 20 le dimissioni volontarie hanno superato i pensionamenti.

    Nel 2025 3.767 medici ospedalieri hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale , contro 1.503 nel 2024: un aumento del 150% in dodici mesi. Nello stesso anno i pensionamenti sono stati 2.876.

    Per la prima volta nella serie 2015-2025 analizzata da Anaao Assomed, quindi, le dimissioni volontarie hanno superato le uscite per pensionamento.

    Il dato è stato pubblicato il 2 ottobre 2026 dal Centro Studi Anaao Assomed, sulla base di informazioni Onaosi, Conto annuale dello Stato e Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    La distinzione tra le date è importante: le 3.767 dimissioni riguardano il 2025, mentre il dato è stato reso pubblico nel 2026 . Al 2 ottobre 2026 non è disponibile un consuntivo nazionale completo delle dimissioni relative all’intero anno in corso.

    Il quadro sposta l’attenzione su un problema rilevante anche per valutare l’evoluzione futura del Servizio sanitario: non soltanto quanti medici il SSN riesca ad assumere, ma quanti professionisti riesca effettivamente a trattenere negli ospedali.

    Più dimissioni volontarie che pensionamenti

    Le 3.767 dimissioni volontarie registrate nel 2025 equivalgono, secondo Anaao, al 3,5% dei medici in servizio e rappresentano il valore più elevato della serie esaminata.

    Il confronto con il 2024 evidenzia una forte discontinuità: le uscite volontarie sono passate da 1.503 a 3.767 in un solo anno.

    3.767 dimissioni volontarie di medici ospedalieri registrate nel 2025.
    2.876 pensionamenti registrati nello stesso anno.
    3,5% quota dei medici in servizio rappresentata dalle dimissioni volontarie.

    Un altro dato aiuta a comprendere la pressione sugli organici. Secondo lo studio, nel 2025, per ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, il numero delle dimissioni volontarie registrate nello stesso anno è stato pari a 43.

    Considerando pensionamenti e altre cause di cessazione, le uscite complessive sono state 77 ogni 100 assunzioni a tempo indeterminato.

    Come leggere il dato

    Il rapporto non significa che 43 dei medici appena assunti siano necessariamente gli stessi professionisti che si sono poi dimessi. Il dato confronta i flussi complessivi di ingresso e uscita registrati nell’anno.

    Anaao indica inoltre un’età media di circa 48 anni tra i professionisti che lasciano, quindi ben prima della conclusione ordinaria della carriera.

    Le dimissioni superano i pensionamenti in 12 regioni

    Il fenomeno non riguarda soltanto alcune aziende sanitarie.

    Nel 2025, secondo l’elaborazione Anaao, in 12 regioni su 20 il numero delle dimissioni volontarie ha superato quello dei pensionamenti .

    Le differenze più marcate sono state rilevate in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove il rapporto tra dimissionari e pensionati è risultato compreso tra 2,4 e 3,3.

    Il quadro territoriale diventa ancora più significativo osservando l’intero decennio.

    Tra il 2015 e il 2024 il Centro-Nord ha registrato, secondo Anaao, un incremento di 4.029 medici, pari al 5,9%, mentre il Mezzogiorno ha perso 1.166 professionisti, con una riduzione del 3,1%.

    Le contrazioni percentuali più consistenti sono state rilevate in Basilicata (-24,6%), Molise (-17,2%), Valle d’Aosta (-14,2%) e Calabria (-12,6%).

    La media nazionale, quindi, non descrive da sola la capacità dei singoli territori di mantenere organici sufficienti.

    L’uscita di uno specialista può avere conseguenze molto diverse in una struttura con una dotazione adeguata rispetto a un ospedale che parte già da una situazione di carenza.

    Negli ospedali resta il problema della carenza di personale

    Il tema degli organici era già tornato in primo piano durante l’estate.

    L’11 luglio 2026 Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, ha stimato in circa 10 mila unità la carenza ordinaria di medici negli ospedali italiani .

    Nella stessa occasione il sindacato ha sostenuto che, durante l’estate, un medico su cinque possa essere costretto a rinunciare alle ferie o a posticiparle a causa della mancanza di colleghi.

    Stima sindacale

    Si tratta di stime e valutazioni sindacali, non di un censimento ministeriale 2026 della carenza di medici. Devono quindi essere distinte dai dati amministrativi ufficiali sul personale.

    Un possibile meccanismo è comunque chiaro: organici ridotti possono aumentare turni e carichi di lavoro per chi rimane; condizioni meno sostenibili possono rendere il posto ospedaliero meno attrattivo; ulteriori dimissioni possono infine accrescere nuovamente la pressione sui reparti.

    Perché i medici lasciano gli ospedali?

    Attribuire le dimissioni a una sola causa non sarebbe corretto.

    Nelle fonti disponibili non emergono dati nazionali completi che consentano di ricostruire sistematicamente la destinazione professionale di tutti i medici dimissionari e stabilire quanti passino alla sanità privata, quanti scelgano la libera professione, quanti cambino azienda o settore e quanti si trasferiscano all’estero.

    Proprio per questo Anaao ha proposto la creazione di un osservatorio nazionale permanente sulle dimissioni , con l’obiettivo di rilevare motivazioni e destinazioni professionali.

    Il sindacato associa il fenomeno a diversi elementi: intensità dei turni, retribuzioni, carico burocratico, equilibrio tra lavoro e vita privata, aggressioni nelle strutture e sostenibilità psicofisica della professione.

    I dati sulle dimissioni, da soli, non permettono di stabilire quanto pesi ciascun fattore né di attribuire a tutti i professionisti le stesse motivazioni.

    Anche la componente economica può quindi rappresentare soltanto una parte del problema.

    Nelle scelte professionali possono entrare anche il tempo, l’organizzazione del lavoro, l’autonomia, la burocrazia, la sicurezza, le opportunità di carriera e la possibilità di conciliare vita privata e professione.

    Lasciare un determinato posto di lavoro, inoltre, non significa necessariamente abbandonare la medicina.

    Vita privata e lavoro: cosa emerge dal Rapporto FNOMCeO-Censis 2026

    Alcune indicazioni arrivano direttamente dai medici intervistati nel terzo Rapporto FNOMCeO-Censis, presentato il 9 luglio 2026 e realizzato su un campione di 530 professionisti.

    67,7% dichiara che la carriera medica ha comportato molte rinunce e sacrifici nella vita privata.
    80,2% si dichiara soddisfatto del proprio lavoro e del percorso professionale.
    81,5% ritiene che il lavoro dipendente comporti un eccesso di impegni burocratici.

    Il 67,7% degli intervistati dichiara che la carriera medica ha comportato molte rinunce e sacrifici nella vita privata. La percentuale sale al 72,1% tra i medici fino a 49 anni.

    Quando viene chiesto quale sia oggi la priorità nella propria vita, il 62,7% indica famiglia e vita privata, il 27,5% la professione e il 9,8% il tempo per sé e per i propri interessi.

    Sommando le risposte relative a famiglia, vita privata e tempo personale, per il 72,5% degli intervistati questi aspetti prevalgono sulla professione.

    Questo non equivale però a un rifiuto della medicina.

    L’80,2% degli intervistati si dichiara infatti soddisfatto del proprio lavoro e del percorso professionale, mentre il 57% indica vocazione e passione tra le ragioni che lo hanno spinto a diventare medico.

    Burocrazia e autonomia

    L’81,5% degli intervistati ritiene che il lavoro dipendente comporti un eccesso di impegni burocratici, mentre il 54% segnala il rischio di una riduzione dell’autonomia decisionale professionale.

    Sono opinioni rilevate attraverso un’indagine campionaria, non misure oggettive del carico burocratico dell’intero SSN, ma aiutano a comprendere quali aspetti vengano percepiti come problematici da una parte consistente dei professionisti intervistati.

    Il 94,3% ritiene inoltre che una sanità migliore richieda maggiore umanizzazione, con più tempo e attenzione alla relazione di cura.

    Gli organici medici crescono fino al 2024, ma nel 2025 aumentano le dimissioni

    I dati disponibili non descrivono un semplice crollo generalizzato degli organici.

    Il Ministero della Salute ha comunicato il 7 agosto 2026 che nel 2024 il personale a tempo indeterminato del SSN nel suo complesso è aumentato dell’1,6% rispetto al 2023 .

    Le assunzioni sono state 58.311 e le cessazioni 47.238.

    Attenzione al perimetro

    Questi numeri riguardano il personale del Servizio sanitario nel suo complesso e non devono essere interpretati come dati riferiti esclusivamente ai medici.

    Per i medici ospedalieri, l’analisi Anaao indica invece che tra il 2015 e il 2024 la consistenza degli organici è cresciuta del 2,7%, passando da 105.380 a 108.243 unità. Nello stesso periodo si è ridotta anche l’età media.

    I due insiemi di dati hanno quindi perimetri e periodi differenti e non vanno sovrapposti.

    Il punto che emerge dall’analisi Anaao relativa al 2025 è più specifico: mentre il sistema continua a reclutare professionisti e il ricambio generazionale procede, è aumentato rapidamente anche il numero dei medici ospedalieri che scelgono volontariamente di lasciare.

    Alla questione delle assunzioni si affianca quindi quella della capacità del SSN di trattenere i professionisti nel tempo .

    Quasi 10 mila medici entrati attraverso il Decreto Calabria

    Il ricambio generazionale è stato sostenuto anche dalle norme che consentono l’ingresso nel SSN degli specializzandi durante il percorso di formazione.

    Un’analisi Anaao Assomed e Anaao Giovani pubblicata il 24 giugno 2026 ha quantificato in 9.897 i medici entrati nel Servizio sanitario nazionale attraverso le possibilità ricondotte al cosiddetto Decreto Calabria .

    Secondo Anaao, questa modalità di ingresso ha contribuito al ringiovanimento degli organici e alla copertura delle esigenze di personale.

    Il dato rende ancora più importante osservare insieme entrate e uscite.

    Aumentare la capacità di reclutamento può infatti non essere sufficiente se cresce contemporaneamente il numero dei professionisti che decidono di lasciare l’ospedale pubblico.

    La nuova sfida del SSN: trattenere i professionisti

    Il dato pubblicato il 2 ottobre 2026 segna una discontinuità nella serie analizzata da Anaao: 3.767 dimissioni volontarie nel 2025, +150% rispetto all’anno precedente e, per la prima volta nel decennio esaminato, più dimissionari che pensionati .

    Assumere nuovi medici e favorire l’ingresso degli specializzandi resta essenziale.

    I numeri più recenti mostrano però che il reclutamento non può essere considerato separatamente dalla capacità di mantenere i professionisti all’interno degli ospedali.

    La domanda centrale diventa quindi non soltanto quanti medici entreranno nel Servizio sanitario nazionale, ma quanti sceglieranno di restarci e per quanto tempo .

    I dati dei prossimi anni permetteranno di capire se l’impennata registrata nel 2025 sia stata un episodio eccezionale o l’inizio di una trasformazione più strutturale del lavoro medico negli ospedali pubblici.

    FAQ sulle dimissioni dei medici dagli ospedali

    Quanti medici si sono dimessi dagli ospedali secondo i dati pubblicati nel 2026?

    Lo studio Anaao Assomed pubblicato il 2 ottobre 2026 registra 3.767 dimissioni volontarie di medici ospedalieri nel 2025 , contro 1.503 nel 2024. L’incremento è del 150%.

    È corretto parlare di 3.767 dimissioni nel 2026?

    No. Le 3.767 dimissioni sono avvenute nel 2025. Il dato è stato pubblicato da Anaao Assomed il 2 ottobre 2026.

    Al 2 ottobre 2026 non è disponibile un consuntivo nazionale completo relativo a tutte le dimissioni dell’anno 2026.

    Le dimissioni hanno superato i pensionamenti?

    Sì. Nel 2025 Anaao registra 3.767 dimissioni volontarie e 2.876 pensionamenti.

    È la prima volta che le dimissioni superano i pensionamenti nella serie analizzata dal 2015 al 2025.

    Dove vanno i medici che lasciano il Servizio sanitario nazionale?

    Nelle fonti disponibili non emergono dati nazionali completi che consentano di ricostruire la destinazione professionale di tutti i medici dimissionari.

    Non è quindi possibile stabilire quanti passino al privato, alla libera professione, ad altre aziende, all’estero o ad altre attività.

    Qual è il problema principale evidenziato dai dati?

    Oltre alla necessità di reclutare nuovi professionisti, emerge una questione di permanenza negli ospedali.

    Il SSN deve riuscire non soltanto ad assumere medici, ma anche a creare condizioni che consentano di trattenerli nel tempo.

    Sanità italiana: organici, ospedali e Servizio sanitario nazionale

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  • Spagna, decreti casa bocciati: Sánchez valuta il voto

    Spagna, decreti casa bocciati: Sánchez valuta il voto

    Esteri

    Spagna, il Congresso boccia i decreti sulla casa: Sánchez valuta le elezioni anticipate

    Il Congresso dei Deputati spagnolo ha respinto i due decreti-legge sulla casa del governo di Pedro Sánchez . La doppia sconfitta parlamentare riapre il confronto sulla durata della legislatura, ma al 2 ottobre non risulta convocata alcuna elezione anticipata.

    Congresso dei Deputati spagnolo, Pedro Sánchez e tema della casa in un'illustrazione con indicazione AI
    01 Due decreti respinti

    Il Congresso ha bocciato sia il Real Decreto-ley 26/2026 sia il Real Decreto-ley 27/2026.

    02 Junts decisivo

    I sette deputati di Junts hanno votato contro entrambi i provvedimenti presentati dal governo.

    03 Nessun voto ancora convocato

    Sánchez valuta il quadro politico, ma non ha annunciato lo scioglimento delle Cortes.

    MADRID – Il Congresso dei Deputati spagnolo ha respinto i due real decreti-legge sulla casa approvati il 29 settembre dal governo di Pedro Sánchez.

    Il voto apre una nuova fase di incertezza per l’esecutivo di coalizione, che non dispone di una maggioranza autonoma e deve costruire sostegni parlamentari differenti a seconda dei provvedimenti.

    172 voti favorevoli al primo decreto, contro 178 voti contrari.
    166 voti favorevoli al secondo decreto, contro 184 voti contrari.
    7 deputati di Junts per Catalunya, tutti schierati contro i due testi.

    Nel primo voto si sono espressi contro PP, Vox, Junts e UPN. Nel secondo al fronte contrario si sono aggiunti anche PNV e Coalición Canaria.

    La doppia bocciatura ha immediatamente riaperto il confronto sulla durata della legislatura. Pedro Sánchez non ha però annunciato lo scioglimento delle Cortes né convocato elezioni anticipate.

    Cosa prevedevano i decreti sulla casa in Spagna

    Il primo provvedimento, il Real Decreto-ley 26/2026, era dedicato alla protezione della funzione sociale della casa e all’ampliamento dell’offerta di abitazioni a prezzi accessibili.

    Il decreto era stato pubblicato nel Boletín Oficial del Estado il 30 settembre ed era entrato in vigore il 1° ottobre.

    Il testo comprendeva un pacchetto articolato di misure sul mercato immobiliare, sugli affitti e sulla tutela delle persone in condizioni di vulnerabilità abitativa.

    Tra gli interventi figuravano limitazioni temporanee ad alcune acquisizioni immobiliari, nuove tutele in determinati procedimenti di sfratto, una disciplina specifica per gli affitti temporanei e delle singole stanze e una proroga straordinaria, in presenza delle condizioni previste, per alcuni contratti di abitazione principale.

    Il decreto interveniva inoltre su diversi aspetti fiscali, tra cui IRPF, IVA, IBI e regime delle SOCIMI, oltre a misure collegate al patrimonio abitativo pubblico.

    Secondo decreto

    Il Real Decreto-ley 27/2026, pubblicato il 1° ottobre ed entrato in vigore il 2 ottobre, riguardava invece in modo specifico la stabilità dei contratti di locazione delle abitazioni principali.

    La norma modificava il regime delle proroghe. Dopo almeno cinque anni di contratto, oppure sette quando il locatore fosse una persona giuridica, prevedeva ulteriori proroghe in assenza di una comunicazione di mancato rinnovo.

    Il testo disciplinava anche il preavviso del locatore e prevedeva in determinati casi un’indennità per l’inquilino qualora il proprietario decidesse di non rinnovare il contratto, salvo le eccezioni indicate dalla norma.

    Con il voto contrario del Congresso, i due decreti-legge non sono stati convalidati e decadono secondo la procedura prevista dall’ordinamento spagnolo per questo tipo di provvedimenti d’urgenza.

    Il voto di Junts priva il governo dei numeri necessari

    Uno degli elementi politicamente più rilevanti della votazione è stato il voto contrario dei sette deputati di Junts per Catalunya.

    Il partito catalano aveva annunciato la propria opposizione ai due provvedimenti prima del voto e aveva chiesto al governo di lavorare su un nuovo testo.

    Junts ha sostenuto che le misure proposte non raggiungessero un equilibrio sufficiente tra tutela degli inquilini, protezione dei piccoli proprietari e mantenimento dell’offerta di abitazioni sul mercato degli affitti.

    Il 2 ottobre la formazione catalana ha inoltre presentato una proposta alternativa, chiedendo l’apertura di una nuova trattativa.

    La ministra della Casa Isabel Rodríguez aveva chiesto a Junts almeno di consentire la convalida del primo decreto, prospettando una successiva trasformazione del testo in progetto di legge per permettere modifiche durante l’iter parlamentare.

    Il governo ha però scelto di sottoporre entrambi i provvedimenti al voto del Congresso.

    Anche PP e Vox hanno votato contro entrambi i testi. PNV e Coalición Canaria, favorevoli al primo decreto, hanno invece respinto il secondo.

    La crisi abitativa aumenta la pressione politica

    La votazione è arrivata durante una fase di forte mobilitazione sul problema dell’accesso alla casa in Spagna.

    Uno degli episodi che ha alimentato le proteste è stato lo sfratto a Madrid di Maricarmen Abascal, 87 anni, avvenuto il 23 settembre dopo una lunga controversia sulla permanenza nell’abitazione nella quale aveva vissuto per oltre settant’anni.

    Il caso è diventato uno dei simboli delle mobilitazioni sul diritto alla casa.

    Nei giorni successivi migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni e un accampamento è stato organizzato nella Puerta del Sol di Madrid.

    Proteste e Parlamento

    Il tema della casa si è trasformato anche in un nuovo banco di prova parlamentare per un governo che non dispone autonomamente della maggioranza assoluta.

    Sánchez valuta lo scenario delle elezioni anticipate

    Dopo la doppia sconfitta parlamentare, l’attenzione si è spostata sulla possibile durata della legislatura.

    Secondo quanto riferito nel pomeriggio del 2 ottobre da El País, Sánchez si sta prendendo del tempo prima di decidere e sta ascoltando opinioni differenti all’interno del governo e del PSOE.

    Alcuni ministri e dirigenti socialisti ritengono che il ricorso anticipato alle urne debba essere preso in considerazione. Altri non considerano invece la decisione già definita.

    Prima della votazione, fonti di Moncloa citate da EFE avevano precisato che il governo non stava formalmente lavorando a una convocazione elettorale e che la priorità restavano i decreti sulla casa.

    Al 2 ottobre 2026 non risulta annunciata una decisione ufficiale sullo scioglimento delle Cortes. Le elezioni anticipate restano quindi uno scenario politico in discussione, non una decisione già assunta.

    Tra le ipotesi riportate dalla stampa è comparsa anche la data del 29 novembre 2026, indicata come possibile prima finestra in caso di rapido scioglimento delle Camere.

    Non si tratta tuttavia di una data elettorale ufficialmente convocata.

    La doppia sconfitta complica il quadro parlamentare

    Il voto sui decreti della casa mette nuovamente in evidenza la difficoltà dell’esecutivo nel costruire maggioranze sufficienti in un Congresso fortemente frammentato.

    La sconfitta parlamentare non determina automaticamente né la caduta del governo né la conclusione della legislatura .

    Mostra però quanto l’esecutivo dipenda dal sostegno, o almeno dall’astensione, di forze esterne alla coalizione per approvare alcuni dei provvedimenti considerati prioritari.

    Sul tema della casa resta aperta la possibilità di una nuova trattativa.

    Junts ha già presentato una propria proposta alternativa e il governo potrebbe tentare di recuperare parte delle misure respinte attraverso nuovi testi o differenti iniziative legislative.

    Il punto politico

    Fino a un eventuale annuncio formale di Pedro Sánchez, le elezioni anticipate devono essere considerate uno scenario politico possibile e non una decisione già presa .

    FAQ sui decreti casa e sulla crisi politica in Spagna

    Perché il Congresso spagnolo ha bocciato i decreti sulla casa?

    Il governo non ha ottenuto i voti necessari per convalidarli.

    Il primo decreto è stato respinto con 178 voti contrari e 172 favorevoli, con il no di PP, Vox, Junts e UPN.

    Il secondo ha ottenuto 184 voti contrari e 166 favorevoli. Tra i contrari figuravano anche PNV e Coalición Canaria.

    Quali misure sono state respinte?

    I due decreti riguardavano, tra le altre materie, protezione in specifiche situazioni di vulnerabilità abitativa, affitti temporanei e di stanze, proroghe dei contratti, fiscalità immobiliare, patrimonio abitativo pubblico e maggiore stabilità dei contratti di locazione delle abitazioni principali.

    Che ruolo ha avuto Junts?

    I sette deputati di Junts per Catalunya hanno votato contro entrambi i decreti.

    La formazione catalana aveva chiesto al governo di ritirare o modificare i testi e il 2 ottobre ha presentato una proposta alternativa.

    Sánchez ha già convocato elezioni anticipate?

    No.

    Al 2 ottobre 2026 non risulta una convocazione ufficiale delle elezioni generali anticipate.

    Sánchez sta valutando il nuovo quadro politico dopo la bocciatura dei decreti, ma la decisione finale non risulta ancora annunciata.

    Spagna: cosa succede ora dopo il voto del Congresso

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  • Grecia chiede all’UE più flessibilità fiscale contro il caro energia

    Grecia chiede all’UE più flessibilità fiscale contro il caro energia

    Economia

    Grecia chiede all’UE più flessibilità fiscale contro il caro energia

    La Grecia chiede all’Unione Europea maggiore flessibilità fiscale per consentire agli Stati membri di adottare nuove misure a sostegno di famiglie e imprese colpite dal caro energia.

    Grecia, energia, euro e Unione Europea in un'illustrazione con indicazione AI
    01 Più spazio fiscale

    Atene chiede margini aggiuntivi per alcune misure temporanee contro l’aumento dei prezzi energetici.

    02 Spesa netta e IVA

    Le proposte riguardano l’indicatore della spesa netta e le maggiori entrate IVA derivanti dall’inflazione energetica.

    03 Non solo bonus

    La flessibilità già prevista per la sicurezza energetica non copre automaticamente qualsiasi sussidio alle bollette.

    La richiesta arriva dal primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, che ha sollecitato Bruxelles a individuare ulteriore spazio all’interno delle regole fiscali europee senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici.

    La posizione di Atene è contenuta in una lettera del 30 settembre inviata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e trasmessa anche al presidente dell’Eurogruppo Kyriakos Pierrakakis.

    Secondo quanto riportato da Euronews, Mitsotakis ritiene che il nuovo shock sui prezzi energetici stia durando più a lungo del previsto e che sia quindi necessario ampliare gli strumenti a disposizione dei governi europei.

    La Grecia propone due interventi principali: consentire che, entro determinati limiti, alcune misure nazionali temporanee di sostegno a cittadini e imprese siano escluse dal calcolo dell’indicatore della spesa netta e permettere agli Stati di tenere conto delle maggiori entrate IVA generate dall’inflazione energetica superiore alle attese.

    Cosa chiede la Grecia a Bruxelles

    L’obiettivo del governo greco è ottenere un maggiore margine di manovra per finanziare interventi destinati ad attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia su famiglie e attività economiche.

    La prima proposta riguarda l’indicatore della spesa netta, uno degli elementi centrali del nuovo quadro europeo di governance economica.

    Atene chiede che alcune misure temporanee adottate per fronteggiare lo shock energetico possano, entro un limite da definire, non incidere pienamente sul calcolo utilizzato per verificare il rispetto del percorso di spesa concordato con Bruxelles.

    La seconda proposta riguarda invece le entrate fiscali. Il governo greco vorrebbe consentire agli Stati membri di tenere conto delle entrate IVA aggiuntive generate quando l’aumento dei prezzi dell’energia risulta superiore alle previsioni iniziali.

    Se queste proposte venissero accolte a livello europeo, i governi potrebbero disporre di un maggiore spazio fiscale per contrastare il caro energia , senza modificare necessariamente gli obiettivi generali di sostenibilità delle finanze pubbliche.

    Mitsotakis ha sottolineato come l’aumento dei costi dell’energia possa trasferirsi progressivamente sui trasporti, sulle attività produttive e, infine, sui prezzi pagati dai consumatori.

    Monitoraggio delle misure

    Il governo greco ha annunciato che valuterà con cadenza quindicinale l’evoluzione della situazione e l’adeguatezza degli interventi, mantenendo come obiettivi sia il sostegno ai cittadini sia la stabilità dei conti pubblici.

    Cosa prevede già la flessibilità fiscale UE per la sicurezza energetica

    La richiesta della Grecia si inserisce in un quadro nel quale l’Unione Europea ha già previsto la possibilità di utilizzare una specifica forma di flessibilità fiscale per determinate spese legate alla sicurezza e alla resilienza energetica .

    Il meccanismo consente agli Stati membri, su richiesta e nel rispetto della procedura prevista a livello europeo, di estendere l’ambito della clausola di salvaguardia nazionale utilizzata per l’aumento delle spese per la difesa anche a determinate misure energetiche.

    Gli interventi ammissibili devono contribuire alla riduzione della dipendenza europea dai combustibili fossili importati e al rafforzamento strutturale della sicurezza energetica.

    0,3% del PIL all’anno: margine massimo previsto per determinate misure energetiche nel periodo 2026-2028.
    0,6% del PIL: limite cumulativo previsto nello stesso periodo.
    1,5% del PIL: tetto generale della maggiore spesa ammissibile nell’ambito della clausola nazionale.

    La Commissione ha precisato che, per gli Stati che abbiano già utilizzato integralmente il margine disponibile per la difesa, un eventuale superamento della soglia richiederebbe un’ulteriore valutazione della sostenibilità fiscale.

    La flessibilità UE non riguarda automaticamente bonus e sussidi

    La flessibilità fiscale per la sicurezza energetica non copre automaticamente qualsiasi bonus, sussidio o intervento destinato a ridurre le bollette.

    Il meccanismo riguarda specifiche misure capaci di rafforzare la resilienza strutturale del sistema energetico e di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.

    Gli eventuali interventi emergenziali destinati a sostenere famiglie e imprese contro l’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere temporanei e mirati, ma non diventano automaticamente ammissibili alla flessibilità fiscale prevista per la sicurezza energetica.

    È proprio su questo punto che interviene la nuova iniziativa di Mitsotakis.

    Atene chiede infatti di creare maggiore spazio anche per alcune misure temporanee direttamente destinate a proteggere consumatori e imprese dai rincari , consentendo entro determinati limiti un trattamento più favorevole nel calcolo della spesa netta.

    La posizione della Grecia sulla clausola di salvaguardia

    Nel settembre 2026 la Commissione europea ha raccomandato al Consiglio di ampliare alla sicurezza energetica l’ambito della clausola di salvaguardia nazionale già attiva per la Grecia per le maggiori spese legate alla difesa.

    La distinzione importante

    La procedura riguarda quindi l’ estensione di una flessibilità già esistente , e non l’attivazione ex novo della clausola nazionale per la Grecia.

    La nuova proposta presentata da Mitsotakis va però oltre questo meccanismo.

    Il governo greco chiede infatti che venga valutata una forma di flessibilità aggiuntiva anche per specifiche misure temporanee adottate direttamente per limitare l’impatto del caro energia su famiglie e imprese .

    Caro energia, il difficile equilibrio tra aiuti e conti pubblici

    Il nodo per Bruxelles è trovare un equilibrio tra la necessità di proteggere cittadini e attività economiche dallo shock energetico e quella di mantenere sotto controllo deficit e debito pubblico.

    La Commissione europea ha sottolineato che gli interventi emergenziali contro l’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere temporanei, mirati e compatibili con la sostenibilità fiscale .

    Misure troppo ampie e generalizzate potrebbero aumentare la spesa pubblica senza ridurre strutturalmente la vulnerabilità europea alle oscillazioni dei prezzi dei combustibili fossili.

    Per Atene la questione assume un peso particolare anche alla luce delle condizioni della sua economia.

    1,8% crescita del PIL greco stimata per il 2026.
    3,7% inflazione prevista per la Grecia nel 2026.
    140,7% rapporto debito/PIL previsto per il 2026.

    Nelle previsioni economiche di primavera pubblicate il 21 maggio 2026, la Commissione europea ha stimato per la Grecia una crescita del PIL dell’1,8% nel 2026, in rallentamento rispetto al 2,1% del 2025.

    L’inflazione è invece prevista al 3,7%, con il rincaro dell’energia indicato tra i principali fattori di pressione sul reddito reale delle famiglie.

    Sul fronte dei conti pubblici, Bruxelles prevede una progressiva riduzione del rapporto debito/PIL, dal 146,1% del 2025 al 140,7% nel 2026, fino al 134,4% nel 2027.

    La richiesta di maggiore flessibilità fiscale deve quindi conciliarsi con l’obiettivo di continuare a ridurre il peso del debito pubblico.

    Le proposte della Grecia aprono un nuovo confronto nell’UE

    La richiesta di Atene riporta al centro del dibattito europeo una questione già emersa durante le precedenti crisi energetiche: quanto spazio concedere ai bilanci nazionali quando l’aumento dei prezzi deriva da shock esterni e da tensioni geopolitiche.

    Finora la flessibilità europea legata all’energia si è concentrata soprattutto su interventi capaci di rafforzare strutturalmente la sicurezza energetica dell’UE e di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.

    La proposta greca introduce un elemento ulteriore: creare margini specifici anche per alcune misure temporanee di sostegno a consumatori e imprese , limitandone entro determinate condizioni l’impatto sull’indicatore europeo della spesa netta.

    Secondo Euronews, Mitsotakis si aspetta che la questione venga affrontata anche durante la riunione dei ministri europei dell’Energia prevista a Bruxelles nel corso di ottobre.

    Il confronto non riguarda soltanto la Grecia.

    Anche l’Italia ha avviato nel settembre 2026 una procedura per utilizzare la flessibilità europea anche per misure legate alla sicurezza energetica, mentre il governo italiano ha sollevato il tema di un maggiore margine fiscale davanti ai nuovi rincari.

    Le prossime decisioni europee dovranno quindi chiarire non soltanto quanto spazio fiscale aggiuntivo possa essere concesso agli Stati membri, ma soprattutto quali misure possano beneficiarne e a quali condizioni .

    FAQ sulla richiesta della Grecia e sulla flessibilità fiscale UE

    Cosa ha chiesto la Grecia all’Unione Europea?

    Il governo greco ha chiesto una maggiore flessibilità all’interno del quadro fiscale europeo per permettere agli Stati membri di adottare ulteriori misure contro il caro energia senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici.

    Atene propone, in particolare, di escludere entro determinati limiti alcune misure temporanee dall’indicatore della spesa netta e di tenere conto delle maggiori entrate IVA generate da un’inflazione energetica superiore alle attese.

    L’UE consente già maggiore spesa per la sicurezza energetica?

    Sì, ma non automaticamente. Gli Stati membri possono chiedere di estendere la clausola di salvaguardia nazionale a determinate misure di sicurezza energetica.

    Per il periodo 2026-2028 il quadro prevede un limite dello 0,3% del PIL all’anno e dello 0,6% cumulativo, nel rispetto delle condizioni e della procedura stabilite a livello europeo.

    Più flessibilità fiscale significa automaticamente nuovi bonus?

    No. Un maggiore spazio fiscale non comporta automaticamente l’introduzione di nuovi bonus o sussidi.

    I singoli governi devono decidere quali interventi adottare e verificarne la compatibilità con le regole europee applicabili.

    Quali misure propone concretamente la Grecia contro il caro energia?

    La proposta di Atene prevede che alcune misure nazionali temporanee di sostegno a consumatori e imprese possano essere escluse, entro un limite da definire, dall’indicatore europeo della spesa netta.

    La Grecia propone inoltre di consentire ai governi di tenere conto delle entrate IVA aggiuntive derivanti da un’inflazione energetica superiore alle attese .

    La flessibilità per la sicurezza energetica copre anche gli aiuti sulle bollette?

    Non automaticamente. La flessibilità europea esistente riguarda principalmente misure capaci di aumentare la resilienza energetica e ridurre strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili importati.

    La proposta della Grecia mira invece ad aprire maggiore spazio fiscale anche per alcune misure temporanee direttamente destinate a proteggere famiglie e imprese dall’aumento dei prezzi.

    Economia europea: cosa cambia per famiglie e imprese

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