Emma Bonino, una vita tra diritti civili, Europa e istituzioni
Emma Bonino è morta a Roma l’11 settembre 2026,
a 78 anni. Dalle campagne radicali degli anni Settanta
al Parlamento, dalla Commissione europea alla Farnesina,
ha attraversato oltre mezzo secolo di politica italiana
ed europea.
01
Mezzo secolo di politica
Eletta per la prima volta alla Camera nel 1976,
ha ricoperto incarichi nazionali ed europei.
02
Diritti e giustizia internazionale
Pena di morte, Corte penale internazionale,
diritti delle donne e libertà civili
hanno segnato molte delle sue campagne.
03
Una forte dimensione europea
Parlamentare europea, commissaria UE e ministra degli Esteri,
ha sostenuto fino agli ultimi anni una maggiore integrazione europea.
La morte di Emma Bonino,
avvenuta a Roma l’11 settembre 2026,
ha chiuso una delle esperienze politiche più lunghe
della storia repubblicana recente.
Nei giorni precedenti era stata ricoverata
all’ospedale Santo Spirito di Roma
per una crisi respiratoria.
Il 10 settembre era uscita dalla terapia intensiva
ed era stata trasferita in una struttura privata.
Nata a Bra il 9 marzo 1948,
Bonino entrò giovanissima nell’attività politica radicale
e costruì negli anni un percorso che avrebbe intrecciato
movimenti civili, Parlamento italiano,
istituzioni europee e incarichi di governo.
Nel messaggio diffuso dopo la sua morte,
il presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
ha ricordato il suo impegno nel radicalismo,
nel liberalismo, nel femminismo e nell’europeismo,
insieme alle campagne contro la fame,
la pena di morte e per la giustizia internazionale.
Dagli anni Settanta alle battaglie radicali
Dopo la laurea in Lingue e letteratura moderna
all’Università Bocconi di Milano nel 1972,
Bonino si avvicinò alle campagne del
Partito Radicale
e alla stagione delle mobilitazioni
sui diritti civili.
Tra i temi che segnarono quella fase
vi furono l’interruzione volontaria di gravidanza,
il ricorso al referendum,
le libertà individuali
e più in generale il rapporto
tra diritti personali e legislazione dello Stato.
Nel 1976, a 28 anni,
fu eletta per la prima volta
alla Camera dei deputati.
Negli anni successivi tornò più volte in Parlamento,
alternando l’attività nazionale
a quella nelle istituzioni europee.
Un riferimento centrale della sua formazione politica
fu Marco Pannella,
con il quale condivise una lunga stagione
di iniziative radicali,
campagne referendarie e mobilitazioni pubbliche.
Emma Bonino ha attraversato oltre cinquant’anni
di vita politica italiana ed europea.
Il Parlamento europeo e l’esperienza nella Commissione UE
La dimensione europea divenne presto
uno degli elementi centrali
del percorso politico di Bonino.
Fu eletta per la prima volta
al Parlamento europeo nel 1979
e vi tornò in diverse legislature.
A metà degli anni Novanta arrivò poi
l’incarico nella Commissione europea.
Tra il 1995 e il 1999
fu commissaria europea con responsabilità,
tra le altre, per gli aiuti umanitari,
la pesca e la politica dei consumatori.
In quella fase seguì alcune delle crisi internazionali
più rilevanti dell’epoca.
La Commissione europea,
nel ricordo pubblicato dopo la sua morte,
ha richiamato in particolare
il suo lavoro nei Balcani,
in Ruanda e in Afghanistan.
L’Europa come tema politico
L’integrazione europea non rimase
soltanto legata agli incarichi istituzionali.
Anche negli ultimi anni Bonino continuò
a sostenere un rafforzamento dell’unità politica dell’Unione.
Pena di morte, giustizia internazionale e diritti delle donne
Accanto alla politica parlamentare,
una parte significativa dell’attività di Bonino
si sviluppò attraverso campagne internazionali
sui diritti umani.
Tra gli impegni ricordati dal Ministero degli Esteri
figurano le iniziative per la
moratoria sulla pena di morte,
la promozione della
Corte penale internazionale
e le campagne contro le mutilazioni genitali femminili.
Partecipò inoltre a iniziative
contro la fame nel mondo
e sostenne negli anni
l’utilizzo delle istituzioni sovranazionali
come strumento per trasformare
campagne civili in norme,
accordi e impegni internazionali.
Fu tra le fondatrici delle organizzazioni
Nessuno Tocchi Caino
e Non c’è Pace senza Giustizia,
entrambe legate a temi
della giustizia e dei diritti fondamentali.
Dal governo Prodi alla Farnesina
Alla lunga esperienza parlamentare
si aggiunsero diversi incarichi di governo.
Nel secondo governo Prodi,
dal 2006,
Bonino fu ministra per il Commercio internazionale
e per le Politiche europee.
Tra il 2008 e il 2013
sedette invece al Senato,
dove ricoprì anche l’incarico
di vicepresidente.
Nel 2013 fu nominata
ministra degli Affari Esteri
nel governo guidato da Enrico Letta,
incarico mantenuto fino al 2014.
1976
Prima elezione alla Camera dei deputati,
a 28 anni.
1995
Inizio del mandato nella Commissione europea,
concluso nel 1999.
2013
Nomina a ministra degli Affari Esteri
nel governo Letta.
Una figura centrale e discussa della politica italiana
Il percorso di Emma Bonino
non può essere separato
dai temi controversi sui quali
scelse spesso di intervenire.
Aborto, fine vita,
immigrazione, giustizia internazionale,
ruolo dell’Unione Europea
e libertà individuali
hanno prodotto nel tempo
sostegno politico,
opposizione e confronti molto accesi.
Il tratto di continuità
fu la scelta di portare queste questioni
dalle campagne civili
alle sedi parlamentari,
governative ed europee.
Diritti civili, politica europea
e giustizia internazionale
hanno accompagnato gran parte
dell’attività pubblica di Bonino.
Nel messaggio di cordoglio dell’11 settembre,
Mattarella ha sottolineato
che negli ultimi anni
la priorità politica di Bonino
era diventata
l’unità e una maggiore integrazione dell’Unione Europea
.
Le esequie di Stato in Campidoglio
Il 15 settembre 2026
si sono svolte a Roma
le esequie di Stato in forma laica
nella Sala della Protomoteca
di Palazzo del Campidoglio.
Alla cerimonia ha partecipato
il presidente della Repubblica
Sergio Mattarella,
insieme alle alte cariche dello Stato.
Nel corso della commemorazione
sono intervenuti
Carla Taibi,
Filomena Gallo,
Riccardo Magi,
Benedetto Della Vedova,
Romano Prodi
ed Enrico Letta.
La cerimonia ha rappresentato
l’ultimo passaggio pubblico
di una vicenda politica iniziata
negli anni Settanta
e proseguita per oltre mezzo secolo
tra Italia, Europa
e campagne internazionali.
FAQ su Emma Bonino
Quando è morta Emma Bonino?
Emma Bonino è morta a Roma
l’11 settembre 2026.
Aveva 78 anni.
Quali incarichi istituzionali ha ricoperto?
È stata deputata,
senatrice e vicepresidente del Senato,
parlamentare europea,
commissaria europea,
ministra per il Commercio internazionale
e le Politiche europee
e ministra degli Affari Esteri.
Per quali battaglie politiche è ricordata?
La sua attività è stata legata,
tra gli altri temi,
ai diritti civili,
alla moratoria sulla pena di morte,
alla Corte penale internazionale,
alla lotta contro le mutilazioni genitali femminili
e all’integrazione europea.
Quando si sono svolte le esequie di Stato?
Le esequie di Stato in forma laica
si sono svolte
il 15 settembre 2026
nella Sala della Protomoteca
del Campidoglio a Roma.
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Tumore al seno, Ottobre Rosa 2026: screening, controlli e nuove cure
Ottobre richiama l’attenzione sulla
prevenzione del tumore al seno.
Nel 2026 il quadro comprende programmi di screening
in evoluzione, diagnosi sempre più mirate e nuove terapie
selezionate in base alle caratteristiche biologiche
della malattia.
01
Screening in evoluzione
Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031
prevede l’ampliamento graduale alle fasce
45-49 e 70-74 anni.
02
Controlli appropriati
Mammografia, ecografia, visita e risonanza
hanno ruoli diversi e non sono esami
intercambiabili.
03
Cure più personalizzate
Biomarcatori come recettori ormonali,
HER2 ed ESR1 possono orientare
le scelte terapeutiche.
Il carcinoma della mammella
resta il tumore più frequentemente diagnosticato
in Italia.
Secondo il rapporto
I numeri del cancro in Italia 2025,
nel 2024 sono state stimate
53.686 nuove diagnosi
di tumore della mammella.
Lo stesso rapporto indica una
sopravvivenza netta a cinque anni dell’88%
e circa 925.000 donne viventi in Italia
dopo una diagnosi di questa neoplasia.
I dati sullo screening mostrano inoltre
una ripresa rispetto agli anni della pandemia:
nel 2024 la copertura da esami
dello screening mammografico organizzato
ha raggiunto il
50% della popolazione avente diritto,
con differenze ancora marcate
tra le diverse aree del Paese.
53.686
nuove diagnosi di tumore della mammella
stimate in Italia nel 2024.
50%
copertura da esami dello screening
mammografico organizzato nel 2024.
88%
sopravvivenza netta a cinque anni
dalla diagnosi riportata da AIOM.
L’Ottobre Rosa
non riguarda soltanto la sensibilizzazione:
è un’occasione per ricordare l’importanza
di aderire ai programmi di diagnosi precoce,
riconoscere eventuali cambiamenti del seno
e rivolgersi al medico quando necessario.
Screening mammografico: cosa cambia nel 2026
Nella popolazione generale,
lo screening mammografico organizzato
si è tradizionalmente rivolto alle donne
tra 50 e 69 anni,
con una mammografia ogni due anni.
Il quadro sta però cambiando.
Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031,
adottato con Intesa Stato-Regioni
il 21 maggio 2026,
prevede il progressivo ampliamento
dello screening mammografico
anche alle donne di
45-49 anni e 70-74 anni.
L’estensione è graduale.
Non significa quindi che,
dall’inizio del 2026,
tutte le donne tra 45 e 74 anni
ricevano automaticamente lo stesso invito
in ogni Regione.
Organizzazione, calendario
e fasce effettivamente coinvolte
devono essere verificati
nel programma di screening
della propria Regione o Azienda sanitaria.
Lo screening mammografico è rivolto a persone senza sintomi
e punta a individuare eventuali alterazioni in fase precoce.
Screening e sintomi non sono la stessa cosa
Lo screening riguarda persone che non presentano sintomi.
Se compare un cambiamento nuovo o persistente del seno,
non è opportuno attendere il successivo invito:
è indicata una valutazione medica.
Mammografia, ecografia e visita senologica: ruoli diversi
Fare prevenzione non significa eseguire
il maggior numero possibile di esami.
Ogni accertamento risponde a indicazioni differenti.
La mammografia
è l’esame su cui si basa
lo screening organizzato del tumore mammario.
L’ecografia
può essere utilizzata come approfondimento
in determinate situazioni,
ma non sostituisce automaticamente
la mammografia quando questa è indicata.
Anche la risonanza magnetica mammaria
ha indicazioni specifiche
ed è utilizzata soprattutto
in particolari condizioni cliniche
o nei percorsi di sorveglianza
delle persone ad alto rischio.
Età, storia personale,
densità mammaria,
eventuali sintomi
e profilo individuale di rischio
contribuiscono a definire
il percorso più appropriato.
I cambiamenti del seno che meritano una valutazione medica
Un cambiamento del seno
non significa automaticamente tumore.
Molte alterazioni possono avere
una causa benigna.
È però opportuno sottoporre al medico
modificazioni nuove o persistenti,
soprattutto quando riguardano
un solo seno.
comparsa di un nuovo nodulo
al seno o all’ascella;
modificazioni recenti
della forma o del volume della mammella;
retrazione della pelle
o del capezzolo;
alterazioni cutanee persistenti;
secrezioni anomale dal capezzolo;
cambiamenti recenti e persistenti
non presenti in precedenza.
Conoscere il proprio seno può aiutare
a riconoscere più facilmente
eventuali modificazioni.
L’autopalpazione, tuttavia,
non sostituisce la mammografia
né gli altri esami eventualmente indicati
dal medico.
Diagnosi precoce e valutazione dei cambiamenti sospetti
sono due aspetti distinti ma complementari della prevenzione.
Familiarità e rischio genetico: quando il percorso cambia
Il rischio di sviluppare un tumore della mammella
non è uguale per tutte le persone.
Una forte familiarità per tumore
della mammella o dell’ovaio,
diagnosi avvenute in giovane età
all’interno della famiglia
oppure la presenza di specifiche
varianti genetiche ereditarie,
comprese quelle che coinvolgono
BRCA1 e BRCA2,
possono richiedere
una sorveglianza personalizzata.
Quando la storia personale o familiare
lo suggerisce,
può essere indicata
una valutazione specialistica
e, nei casi appropriati,
una consulenza oncogenetica.
Età di inizio dei controlli,
frequenza e tipo di esame
vengono quindi stabiliti
sulla base del rischio individuale
e non necessariamente coincidono
con il programma destinato
alla popolazione generale.
Prevenzione primaria: quali fattori possono essere modificati
Lo screening è una forma
di prevenzione secondaria:
serve a individuare una malattia
eventualmente già presente
in una fase in cui non ha ancora dato sintomi.
La prevenzione primaria agisce invece
sui fattori di rischio modificabili.
Attività fisica regolare,
mantenimento di un peso adeguato,
astensione dal fumo
e limitazione del consumo di alcol
rientrano nelle principali
raccomandazioni generali
per la prevenzione oncologica.
Un punto importante
Nessuno stile di vita può azzerare
il rischio di tumore al seno.
Buone abitudini e diagnosi precoce
sono strumenti complementari,
non garanzie individuali.
Nuove cure per il tumore al seno: cosa è cambiato nel 2026
Il tumore al seno non è una malattia unica.
Le decisioni terapeutiche dipendono
dallo stadio,
dalle caratteristiche cliniche
e dalla biologia del tumore.
Recettori ormonali,
espressione di HER2
e determinate alterazioni molecolari
possono contribuire a identificare
sottogruppi differenti
e a selezionare i trattamenti.
Biomarcatori e caratteristiche biologiche del tumore
hanno un ruolo sempre più importante nella scelta delle terapie.
Datopotamab deruxtecan nel tumore triplo negativo
Il 31 luglio 2026
la Commissione europea ha approvato
datopotamab deruxtecan
come monoterapia di prima linea
per adulti con carcinoma mammario
triplo negativo non resecabile
o metastatico
che non siano candidati
alla terapia con inibitori PD-1/PD-L1.
L’indicazione riguarda quindi
una popolazione clinica specifica
e non tutti i tumori
triplo negativi indistintamente.
Trastuzumab deruxtecan e pertuzumab nelle forme HER2-positive
Il 1° settembre 2026
è stata approvata nell’Unione europea
la combinazione
trastuzumab deruxtecan e pertuzumab
come trattamento di prima linea
per adulti con carcinoma mammario
HER2-positivo non resecabile
o metastatico.
Anche in questo caso
la selezione dei pazienti
dipende dalle caratteristiche
biologiche della malattia
e dalla valutazione oncologica.
Imlunestrant per alcune forme ER-positive con mutazione ESR1
Il 9 gennaio 2026
ha ottenuto l’autorizzazione valida nell’UE
anche imlunestrant,
terapia endocrina orale
destinata, in monoterapia,
a specifici adulti
con carcinoma mammario
ER-positivo, HER2-negativo,
localmente avanzato o metastatico,
con mutazione attivante di ESR1
e progressione dopo una precedente
terapia endocrina.
Le novità del 2026 mostrano
la crescente importanza
dell’oncologia di precisione:
conoscere le caratteristiche del tumore
permette di valutare trattamenti
differenti per gruppi di pazienti
sempre meglio definiti.
Autorizzazione europea e accesso in Italia
Un’autorizzazione europea
non significa automaticamente
disponibilità immediata e uniforme
del medicinale nel Servizio sanitario nazionale.
Rimborsabilità, accesso
e concreta applicabilità
dipendono anche dai passaggi regolatori nazionali
e dalla situazione clinica individuale.
Diagnosi e terapie funzionano meglio dentro percorsi organizzati
Innovazione terapeutica e diagnosi precoce
producono il massimo beneficio
quando sono inserite
in percorsi sanitari coordinati.
Dopo un risultato sospetto,
la persona può aver bisogno
di ulteriori accertamenti,
valutazioni multidisciplinari
e della definizione
di un percorso terapeutico
adeguato alle caratteristiche
della malattia.
Per questo l’efficacia della prevenzione
non dipende soltanto
dalla disponibilità degli esami,
ma anche dalla capacità
del sistema sanitario
di garantire continuità
tra screening,
approfondimento diagnostico,
presa in carico e cura.
Ottobre Rosa 2026: cosa fare concretamente
Il mese della prevenzione
può essere un’occasione utile
per verificare se si rientra
nel programma di screening
attivo nella propria Regione
e controllare quando è stata eseguita,
se prevista,
l’ultima mammografia.
Chi riceve un invito allo screening
può verificare
modalità e appuntamento
attraverso i servizi sanitari territoriali.
In presenza invece
di un cambiamento nuovo o persistente,
di una familiarità importante
o di dubbi sul proprio rischio,
il riferimento resta
il medico o lo specialista.
Il messaggio dell’Ottobre Rosa
non si esaurisce quindi
in un controllo annuale:
la prevenzione è un percorso
che prosegue durante tutto l’anno.
FAQ su prevenzione e screening del tumore al seno
A che età si fa lo screening mammografico?
Lo screening organizzato
si è tradizionalmente rivolto
alle donne tra 50 e 69 anni,
con mammografia ogni due anni.
Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031
prevede l’ampliamento graduale
anche alle fasce 45-49 e 70-74 anni.
L’offerta effettiva va verificata
nella propria Regione.
L’ecografia può sostituire la mammografia?
Non automaticamente.
Mammografia ed ecografia
hanno caratteristiche e indicazioni differenti.
L’ecografia può essere utilizzata
come approfondimento,
mentre la mammografia resta
l’esame di riferimento
dei programmi organizzati
di screening mammario.
Bisogna aspettare lo screening se compare un nodulo?
No.
Lo screening è rivolto
a persone senza sintomi.
Un nodulo nuovo
o un’altra modificazione persistente
del seno richiedono una valutazione medica
senza attendere il successivo
appuntamento di screening.
Quali sono le principali novità terapeutiche del 2026?
Nel 2026 sono arrivate
nuove indicazioni europee
per trattamenti destinati
a specifici sottotipi di tumore della mammella,
tra cui datopotamab deruxtecan,
trastuzumab deruxtecan con pertuzumab
e imlunestrant.
La scelta dipende dai biomarcatori,
dallo stadio,
dai trattamenti precedenti
e dalle condizioni cliniche individuali.
La prevenzione continua oltre il mese di ottobre
Verificare il programma di screening
della propria Regione
e rivolgersi al medico
in presenza di cambiamenti sospetti
sono azioni concrete.
I controlli devono essere appropriati
al proprio profilo di rischio,
non scelti autonomamente.
Fotografia e intelligenza artificiale: iPhone 18 Pro alla prova
Con un
diaframma fisico variabile,
nuovi controlli manuali e strumenti generativi in Foto,
iPhone 18 Pro mette nello stesso dispositivo due idee diverse
di fotografia: quella costruita al momento dello scatto
e quella che può continuare a cambiare dopo.
01
Diaframma fisico
La fotocamera principale Fusion da 48MP usa sei lamelle
e quattro aperture selezionabili da ƒ/1.48 a ƒ/4.
02
Più controllo
Apertura, tempo di scatto, bilanciamento del bianco
e istogramma entrano nei Pro Controls dell’app Fotocamera.
03
L’AI dopo lo scatto
Reinquadratura spaziale ed Estendi possono generare
nuove porzioni dell’immagine che il sensore non aveva registrato.
Per anni la fotografia da smartphone è diventata più sofisticata
soprattutto grazie al software. Più esposizioni combinate,
riduzione del rumore, HDR, riconoscimento della scena
e fotografia computazionale hanno progressivamente spostato
una parte del processo fotografico dal sistema ottico
agli algoritmi.
Con iPhone 18 Pro Apple segue una strada
apparentemente opposta: mentre Apple Intelligence entra più a fondo
nell’elaborazione delle immagini, la fotocamera principale
recupera un elemento meccanico tradizionale,
il diaframma variabile.
Il risultato non è soltanto un aggiornamento della fotocamera.
È un dispositivo nel quale hardware ottico,
fotografia computazionale e intelligenza artificiale generativa
finiscono per convivere nello stesso flusso creativo.
La questione più interessante non riguarda quindi
soltanto la qualità dello scatto:
dove finisce ciò che la fotocamera ha realmente registrato
e dove comincia ciò che il software interpreta,
modifica o genera?
Il cambiamento più importante è un diaframma vero
La fotocamera principale Fusion da 48MP di iPhone 18 Pro
dispone di un’apertura fisica variabile.
Un sistema composto da sei lamelle
modifica realmente l’apertura attraverso cui passa la luce.
Nell’app Fotocamera sono disponibili quattro impostazioni:
ƒ/1.48, ƒ/1.8, ƒ/2.8 e ƒ/4.0.
In automatico è il telefono a scegliere l’apertura
in base alla scena; con i Pro Controls
può invece intervenire direttamente l’utente.
48MP
Risoluzione della fotocamera principale Fusion
con apertura variabile.
ƒ/1.48–ƒ/4
Intervallo delle aperture disponibili
sulla fotocamera principale.
4 aperture
ƒ/1.48, ƒ/1.8, ƒ/2.8 e ƒ/4.0
selezionabili nell’app Fotocamera.
La differenza rispetto alla modalità Ritratto è sostanziale.
Qui non si sta simulando uno sfocato dopo lo scatto:
cambia fisicamente la quantità di luce
che raggiunge il sensore e cambia,
entro i limiti di un sistema fotografico per smartphone,
anche la profondità di campo.
A ƒ/1.48 l’obiettivo può raccogliere più luce.
Chiudendo il diaframma verso ƒ/4,
invece, aumenta la zona della scena
che può apparire nitida.
È particolarmente utile quando soggetti diversi
si trovano su piani differenti,
per esempio in una foto di gruppo.
Nelle foto notturne il vantaggio si vede meglio
Il beneficio più facile da misurare
dell’apertura massima ƒ/1.48 emerge quando la luce diminuisce.
Lasciare entrare più luce permette al sistema
di ricorrere meno all’amplificazione elettronica del segnale
o, in alcuni casi, di ridurre i tempi necessari
alla modalità Notte.
In un confronto pubblicato da
9to5Mac,
iPhone 17 Pro Max e iPhone 18 Pro Max
hanno fotografato la stessa scena a 1/15 di secondo.
Il primo ha utilizzato ISO 12.500,
mentre iPhone 18 Pro Max è sceso a
ISO 10.000 grazie all’apertura ƒ/1.48.
Nello stesso test,
durante l’uso della modalità Notte,
il nuovo modello ha utilizzato ISO inferiori
e tempi di acquisizione leggermente più brevi.
Non significa eliminare il rumore digitale,
ma ridurre una delle compensazioni necessarie
quando il sensore riceve poca luce.
L’apertura ƒ/1.48 consente alla fotocamera principale
di raccogliere più luce nelle scene notturne.
Più luce non significa trasformare l’iPhone in una mirrorless
Il diaframma variabile non elimina i limiti fisici
di una fotocamera per smartphone.
Le dimensioni del sensore continuano a influenzare
in modo decisivo la profondità di campo.
Nei test di
Fstoppers,
le differenze tra ƒ/1.48 e ƒ/4
risultano difficili da distinguere
in molte normali fotografie all’aperto.
Diventano più evidenti quando il soggetto
si trova vicino alla fotocamera.
Anche
The Verge
ha evidenziato come,
nell’uso quotidiano,
il vantaggio più immediato possa derivare
dalla nuova apertura massima ƒ/1.48,
più che dalla possibilità di attraversare
l’intero intervallo fino a ƒ/4.
Il punto da ricordare
L’apertura variabile aggiunge
flessibilità ottica reale,
ma non produce automaticamente
lo stesso isolamento del soggetto
ottenibile con sensori più grandi
e obiettivi fotografici luminosi.
Pro Controls: l’automatismo lascia più spazio al fotografo
La novità forse più significativa per chi vuole intervenire
direttamente sullo scatto non è il diaframma isolato,
ma il modo in cui Apple lo integra
nei nuovi Pro Controls.
Dall’app Fotocamera è possibile regolare manualmente
l’apertura dell’obiettivo,
la velocità dell’otturatore
e il bilanciamento del bianco.
È disponibile anche un istogramma
per controllare la distribuzione dell’esposizione.
Sono strumenti comuni sulle fotocamere dedicate
ma che, nella fotografia da smartphone,
sono stati spesso affidati ad applicazioni di terze parti.
Portarli nell’app nativa cambia soprattutto
la relazione tra automatismo e scelta.
Chi vuole semplicemente inquadrare e scattare
può continuare a lasciare che sia l’iPhone
a determinare i parametri.
Chi conosce esposizione, tempi e apertura
può invece usarli intenzionalmente,
per esempio per lavorare sul movimento
o mantenere più elementi della scena a fuoco.
Nella prova sul campo di
Outside,
il controllo manuale dell’apertura e del tempo
viene indicato proprio come uno degli elementi
che modificano maggiormente l’esperienza fotografica.
L’iPhone non smette di essere una fotocamera fortemente
automatizzata. La differenza è che
l’automatismo non è più l’unica strada disponibile
nell’app Fotocamera
.
Dopo lo scatto entra in gioco Apple Intelligence
La seconda metà della trasformazione
non riguarda il momento in cui viene premuto il pulsante
di scatto, ma ciò che può accadere dopo.
Con iOS 27 l’app Foto integra strumenti
basati su Apple Intelligence
che vanno oltre la tradizionale regolazione
di luminosità, colore o contrasto.
Con iOS 27 una parte crescente del processo fotografico
continua nell’app Foto dopo l’acquisizione.
Reinquadratura spaziale
La funzione Reinquadratura spaziale
permette di modificare prospettiva e composizione
dopo lo scatto.
Quando l’inquadratura viene spostata,
Apple Intelligence può generare nuovo contenuto
nelle zone necessarie a completare la scena.
Estendi
Lo strumento Estendi
può ampliare il fotogramma,
cambiare le proporzioni dell’immagine
o recuperare spazio quando viene raddrizzato un orizzonte,
ricostruendo le parti mancanti.
Ripulisci
Ripulisci
rimuove elementi indesiderati
e ricostruisce visivamente l’area
rimasta dietro l’oggetto eliminato.
Con iOS 27 Apple dichiara di aver migliorato
il riempimento anche nelle scene più complesse.
Image Playground
Image Playground estende ulteriormente il concetto:
non modifica soltanto fotografie esistenti,
ma può creare anche
immagini fotorealistiche generate dall’AI.
Il passaggio decisivo
Con questi strumenti non si parla più soltanto
di elaborare meglio ciò che il sensore ha registrato.
In alcune operazioni il sistema può
creare pixel che non erano presenti
nella fotografia originale
.
Dalla fotografia computazionale alla fotografia generativa
La distinzione è importante perché
fotografia computazionale e generazione di immagini
non sono la stessa cosa.
Quando lo smartphone combina più esposizioni,
riduce il rumore,
recupera alte luci e ombre
o applica una nuova pipeline di elaborazione,
parte comunque da informazioni
provenienti dalla scena fotografata.
Quando invece un sistema amplia il bordo
di una fotografia
o ricostruisce una zona che il sensore
non aveva mai inquadrato,
deve produrre contenuto nuovo
coerente con ciò che circonda quell’area.
Per immagini personali o creative
questa distinzione può avere soprattutto
un valore espressivo.
Diventa però più delicata
quando una fotografia viene utilizzata
come testimonianza di un evento,
documento o prova visiva.
La domanda non è soltanto
se una fotografia sia stata modificata.
Diventa importante sapere
quali parti provengono dal sensore
e quali sono state successivamente generate
.
Apple Reference Image prova a rendere verificabile lo scatto
Proprio mentre gli strumenti generativi
diventano più potenti,
Apple introduce su iPhone 18 Pro
anche Apple Reference Image,
una funzione pensata per documentare
ciò che il sensore ha effettivamente acquisito.
Utilizzando la nuova modalità Reference,
la fotocamera principale registra
dati del sensore firmati.
Private Cloud Compute li sviluppa
in un’immagine di riferimento
che Apple descrive come inalterabile.
Nell’app Foto questa immagine può essere visualizzata
accanto al file principale,
funzionando in modo simile a un negativo digitale:
chi guarda può confrontare
il riferimento con la fotografia finale
e verificare se sono intervenute modifiche.
Attenzione alla disponibilità in Europa
Apple specifica che
l’acquisizione delle Apple Reference Image
non era disponibile nell’Unione Europea
al lancio di iPhone 18 Pro
.
I dispositivi con iOS 27, iPadOS 27 e macOS 27
possono comunque sviluppare e visualizzare
immagini di riferimento.
E SynthID?
Apple indica inoltre i metadati dell’immagine
e il futuro supporto allo standard
SynthID
tra gli strumenti destinati
a facilitare l’identificazione
delle immagini generate o modificate con AI.
È però importante la formulazione temporale:
al 3 ottobre 2026 Apple descrive SynthID
come una funzione
in arrivo tramite un aggiornamento software
successivo nel corso del 2026.
L’azienda precisa inoltre
che dovrebbe essere incluso
nella maggior parte delle immagini modificate,
a seconda del tipo di intervento effettuato.
Cosa cambia davvero nell’esperienza fotografica
Guardare soltanto ai megapixel
rischia di far perdere la parte più interessante
di iPhone 18 Pro.
Le fotocamere posteriori principale,
ultra-grandangolare e teleobiettivo
sono tutte Fusion da 48MP,
ma il cambiamento più caratterizzante
riguarda il modo in cui l’utente
può intervenire prima e dopo lo scatto.
Nella
prova di PetaPixel,
l’apertura variabile,
i controlli manuali
e le modifiche al sistema fotografico
vengono descritti come più significativi
nell’uso reale di quanto possa suggerire
una semplice lettura della scheda tecnica.
Questo non rende iPhone 18 Pro
un sostituto universale di una fotocamera dedicata.
Sensori, ottiche intercambiabili,
ergonomia e controllo fisico
continuano a creare differenze importanti.
Ma cambia il compromesso.
Lo smartphone può occuparsi quasi completamente
delle decisioni fotografiche
oppure lasciare all’utente
più controllo su esposizione,
movimento e profondità di campo.
Dopo lo scatto,
lo stesso dispositivo può continuare
a trasformare la fotografia
con strumenti generativi
capaci di modificare composizione,
elementi e porzioni della scena.
Hardware e AI nello stesso processo
iPhone 18 Pro porta nello stesso sistema
un diaframma meccanico,
fotografia computazionale,
controlli manuali
e intelligenza artificiale generativa.
È proprio questa convivenza,
più dei singoli numeri della scheda tecnica,
a raccontare dove sta andando
la fotografia da smartphone.
L’AI non elimina la scelta del fotografo, ma ne sposta i confini
iPhone 18 Pro propone contemporaneamente
due modi di fotografare.
Il primo resta quello tipico dello smartphone:
si inquadra,
si scatta
e un sistema complesso di hardware e software
decide automaticamente
come produrre l’immagine.
Il secondo restituisce maggiore controllo diretto:
apertura,
tempo di scatto,
bilanciamento del bianco,
esposizione e istogramma
diventano parte dell’esperienza nativa.
A questi due livelli se ne aggiunge un terzo:
l’intelligenza artificiale
che continua a intervenire nell’app Foto
quando lo scatto è già stato acquisito.
La questione centrale diventa quindi meno tecnica
di quanto possa sembrare.
Lo smartphone può scegliere per chi fotografa,
può lasciare più spazio alle sue decisioni
e può anche costruire
parti dell’immagine dopo l’acquisizione.
Sapere quale di questi processi
è intervenuto diventa una parte sempre più importante
della cultura fotografica digitale.
FAQ su iPhone 18 Pro, fotografia e intelligenza artificiale
Il diaframma di iPhone 18 Pro è realmente variabile?
Sì.
La fotocamera principale Fusion da 48MP
dispone di un diaframma fisico a sei lamelle.
Nell’app Fotocamera sono disponibili
quattro aperture:
ƒ/1.48, ƒ/1.8, ƒ/2.8 e ƒ/4.0.
L’apertura variabile produce lo stesso bokeh di una mirrorless?
Non necessariamente.
La profondità di campo dipende anche
dalle dimensioni del sensore,
dalla distanza del soggetto
e dalla lunghezza focale.
Su iPhone le differenze ottiche sono reali,
ma risultano generalmente più evidenti
quando il soggetto si trova vicino alla fotocamera.
iPhone 18 Pro usa l’intelligenza artificiale per le fotografie?
Sì, ma in modi diversi.
La fotografia computazionale interviene
durante la formazione dell’immagine,
mentre Apple Intelligence
aggiunge nell’app Foto
strumenti come Reinquadratura spaziale,
Estendi e Ripulisci,
che possono modificare o generare
parti dell’immagine dopo lo scatto.
Come capire se una foto è stata modificata con l’AI?
Apple utilizza informazioni associate alle immagini
e ha introdotto Apple Reference Image
per consentire il confronto
con un’immagine di riferimento
ricavata dai dati firmati del sensore.
Apple ha inoltre annunciato
il supporto a SynthID,
previsto tramite un aggiornamento software
successivo nel corso del 2026.
La disponibilità delle diverse funzioni
può variare in base al Paese.
Apple Reference Image è disponibile in Italia?
Al lancio di iPhone 18 Pro,
Apple ha indicato che
l’acquisizione delle Reference Image
non è disponibile nell’Unione Europea
.
I sistemi con iOS 27, iPadOS 27 e macOS 27
possono però sviluppare e visualizzare
immagini di riferimento compatibili.
Fotografia e AI stanno diventando la stessa conversazione
Segui NewsPrisma
per approfondire come intelligenza artificiale,
fotografia computazionale e nuovi dispositivi
stanno cambiando il modo in cui
creiamo, modifichiamo e interpretiamo le immagini.
Caso Garlasco, chiuse le indagini su Andrea Sempio: cosa succede ora
La Procura di Pavia ha concluso per la seconda volta
le indagini nei confronti di
Andrea Sempio
nell’inchiesta sull’omicidio di
Chiara Poggi.
I nuovi atti riguardano DNA, impronte e tracce di scarpa,
ma le valutazioni restano oggetto di confronto tra accusa e difesa.
01
Seconda chiusura
Il nuovo avviso di conclusione delle indagini
è stato notificato il 28 settembre 2026,
dopo gli approfondimenti disposti dalla Procura.
02
Consulenze a confronto
Scarpa, DNA e impronta 33 sono tra i principali
elementi tecnici sui quali accusa e difesa
esprimono valutazioni differenti.
03
Nessun processo automatico
La chiusura delle indagini non equivale
né a un rinvio a giudizio né a una condanna:
seguiranno le determinazioni previste dalla procedura.
A quasi vent’anni dall’omicidio di
Chiara Poggi,
uccisa nella villetta di famiglia a Garlasco
il 13 agosto 2007,
la nuova inchiesta della Procura di Pavia
entra in una fase decisiva.
Il 28 settembre 2026 è stato notificato ad
Andrea Sempio
un nuovo avviso di conclusione delle indagini,
dopo gli accertamenti integrativi svolti
successivamente alla prima chiusura del maggio scorso.
Nel fascicolo sono confluite ulteriori consulenze
riguardanti alcuni degli elementi scientifici
più discussi del caso.
La loro interpretazione non è però condivisa
dalle diverse parti del procedimento.
La distinzione fondamentale:
la conclusione delle indagini fotografa
il quadro investigativo costruito dalla Procura,
ma non stabilisce la responsabilità dell’indagato.
La colpevolezza può essere accertata soltanto
attraverso il percorso giudiziario previsto dalla legge.
Perché le indagini sono state chiuse una seconda volta
La prima conclusione delle indagini era stata notificata
nel maggio 2026.
Successivamente la Procura ha svolto ulteriori
accertamenti e acquisito nuove valutazioni tecniche,
anche dopo le osservazioni depositate dalle difese.
Terminati questi approfondimenti,
il 28 settembre è stato notificato
un secondo avviso di conclusione.
La contestazione formulata nei confronti di Sempio
resta legata all’omicidio di Chiara Poggi,
mentre i nuovi atti integrano il materiale
già raccolto durante l’inchiesta.
Questo passaggio permette alla difesa
di conoscere il quadro degli accertamenti
prima che il pubblico ministero assuma
le successive determinazioni.
Presunzione di innocenza
Andrea Sempio si dichiara estraneo all’omicidio.
La sua posizione deve essere valutata
nel rispetto della presunzione di innocenza
fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.
La villetta di Garlasco al centro degli accertamenti
sull’omicidio di Chiara Poggi.
Scarpa, DNA e impronta 33: gli elementi tecnici al centro del confronto
Una parte rilevante degli approfondimenti
riguarda tracce e reperti già discussi
nelle diverse fasi del caso Garlasco.
Le consulenze non devono però essere confuse
con una prova definitiva:
accusa e difesa attribuiscono ad alcuni risultati
un significato differente.
La traccia della scarpa con suola a pallini
Tra gli accertamenti figura la traccia
lasciata da una scarpa con
suola a pallini
all’interno dell’abitazione.
Secondo le valutazioni richiamate dalla Procura,
gli accertamenti non consentirebbero di sostenere
una incompatibilità fisica tra la conformazione
del piede di Sempio e la traccia esaminata.
Le difese hanno contestato questa ricostruzione
attraverso proprie valutazioni tecniche.
Una compatibilità fisica
non identifica automaticamente la persona
che indossava una determinata scarpa
al momento dell’omicidio.
È un elemento che deve essere valutato
insieme al resto del materiale investigativo.
Il DNA recuperato dai margini ungueali
Un secondo capitolo riguarda il materiale genetico
recuperato dai margini ungueali di Chiara Poggi.
Le consulenze dell’accusa e quelle della difesa
divergono sull’attendibilità e sul significato
dei profili genetici esaminati.
In particolare, il dato relativo al cromosoma Y
deve essere interpretato tenendo conto
del fatto che viene condiviso tra soggetti
appartenenti alla stessa linea paterna.
Per questo motivo una compatibilità genetica
di questo tipo non deve essere presentata
come un’identificazione individuale certa.
L’impronta 33
Nel fascicolo compare anche la cosiddetta
impronta 33,
la traccia palmare individuata sul muro
delle scale che conducono verso la cantina.
Anche su questo elemento le conclusioni
dei consulenti non coincidono.
Le valutazioni della Procura vengono contestate
dai tecnici della difesa,
rendendo il significato probatorio della traccia
uno dei possibili temi di confronto
nelle eventuali fasi giudiziarie successive.
La posizione della difesa di Andrea Sempio
La difesa sostiene che gli elementi raccolti
non consentano di collegare in modo univoco
Andrea Sempio all’omicidio
e contesta il valore attribuito dall’accusa
a diversi risultati scientifici.
Uno dei punti centrali riguarda proprio
la distanza tra un dato tecnicamente compatibile
e la possibilità di attribuirlo con certezza
a una singola persona.
Se il procedimento dovesse proseguire,
le conclusioni dei consulenti potranno essere
sottoposte al contraddittorio tra le parti
e alla valutazione dell’autorità giudiziaria.
Cosa cambia per Alberto Stasi
La nuova indagine su Sempio si sviluppa
mentre resta pienamente efficace
la condanna definitiva di
Alberto Stasi
a 16 anni di reclusione
per l’omicidio di Chiara Poggi.
Alcuni accertamenti svolti nel 2007,
compresi quelli relativi alla bicicletta
sequestrata all’epoca,
sono tornati all’attenzione degli investigatori
nel corso della nuova inchiesta.
Sul piano processuale, però,
le due posizioni devono essere tenute distinte.
L’esistenza dell’indagine su Andrea Sempio
non annulla e non modifica automaticamente
la sentenza definitiva pronunciata nei confronti di Stasi
.
Un eventuale riesame di quella condanna
richiederebbe uno specifico procedimento
previsto dall’ordinamento.
Fascicoli, consulenze e reperti sono al centro
della nuova fase dell’inchiesta.
Cosa succede ora dopo la chiusura delle indagini
L’avviso di conclusione delle indagini
apre la fase prevista dall’articolo 415-bis
del codice di procedura penale.
L’indagato e la difesa possono esaminare
il materiale depositato e,
entro il termine previsto dalla legge,
presentare memorie e documenti,
depositare investigazioni difensive,
chiedere ulteriori atti
o domandare che l’indagato venga interrogato.
Il termine previsto
L’articolo 415-bis prevede
20 giorni
per l’esercizio delle principali facoltà difensive
indicate nell’avviso di conclusione delle indagini.
Solo dopo questa fase il pubblico ministero
potrà assumere le successive determinazioni.
Tra gli scenari possibili vi è la richiesta
di rinvio a giudizio,
ma la chiusura delle indagini
non coincide con il rinvio a giudizio.
Qualora venga presentata una richiesta di processo,
spetterà al giudice competente
valutare la prosecuzione del procedimento.
Sarà quindi nelle eventuali fasi successive
che le ricostruzioni dell’accusa
e le contestazioni della difesa
potranno essere sottoposte al confronto giudiziario.
FAQ sulle nuove indagini del caso Garlasco
Andrea Sempio è già stato rinviato a giudizio?
No.
Alla data del 3 ottobre 2026
è stata notificata la conclusione delle indagini preliminari.
Questo passaggio può precedere
una richiesta di rinvio a giudizio,
ma non equivale all’apertura del processo.
Perché le indagini sono state chiuse due volte?
Dopo il primo avviso del maggio 2026
sono stati svolti accertamenti integrativi
e acquisite ulteriori consulenze.
Terminati questi approfondimenti,
il 28 settembre è stato notificato
un nuovo avviso di conclusione.
Il DNA trovato sotto le unghie identifica con certezza Andrea Sempio?
No.
Le valutazioni genetiche sono oggetto
di confronto tra i consulenti
e il dato relativo al cromosoma Y
non ha lo stesso valore individualizzante
di un profilo genetico completo attribuibile
in modo esclusivo a una persona.
La nuova indagine annulla la condanna di Alberto Stasi?
No.
La condanna definitiva di Alberto Stasi
resta efficace.
Un eventuale cambiamento della sua posizione
richiederebbe uno specifico procedimento
di revisione della sentenza.
Caso Garlasco: seguire i fatti, distinguere le diverse fasi giudiziarie
NewsPrisma
continuerà a seguire gli sviluppi dell’inchiesta,
distinguendo gli elementi investigativi,
le posizioni delle parti
e le decisioni assunte dall’autorità giudiziaria.
Caso Garlasco, nuove indagini su Andrea Sempio: cosa sappiamo e cosa può succedere ora
La Procura di Pavia ha chiuso per la seconda volta
le indagini su Andrea Sempio
per l’omicidio di Chiara Poggi.
Al centro degli ultimi accertamenti ci sono
DNA, impronte e una traccia di scarpa.
Il rinvio a giudizio, però, non è ancora stato disposto.
01
Seconda chiusura delle indagini
Il 28 settembre la Procura di Pavia
ha depositato nuovi atti dopo gli approfondimenti
svolti nei mesi precedenti.
02
DNA, impronte e scarpa
Gli elementi tecnici vengono interpretati
diversamente dall’accusa e dalla difesa
e non equivalgono a una condanna.
03
Ora tocca alla fase difensiva
Dopo l’avviso di conclusione delle indagini,
la difesa può esaminare gli atti
ed esercitare le facoltà previste dalla legge.
Il caso Garlasco entra in una nuova fase.
Il 28 settembre 2026 la Procura di Pavia
ha notificato ad Andrea Sempio
un secondo avviso di conclusione delle indagini preliminari
nell’inchiesta sull’omicidio di
Chiara Poggi,
uccisa nella sua abitazione il 13 agosto 2007.
La nuova chiusura arriva dopo gli accertamenti integrativi
disposti successivamente al primo avviso notificato a maggio.
Nel fascicolo sono confluite ulteriori consulenze
riguardanti la traccia di scarpa,
le impronte e gli elementi genetici.
La conclusione delle indagini non significa
che Andrea Sempio sia stato rinviato a giudizio.
Al 3 ottobre 2026 non risulta ancora una decisione
del giudice sull’apertura di un processo.
Sempio respinge le accuse e beneficia
della presunzione di innocenza.
Caso Garlasco: la casa di via Pascoli al centro dell’inchiesta.
Perché le indagini su Andrea Sempio sono state chiuse una seconda volta
La prima conclusione delle indagini
era stata notificata nel maggio 2026.
In seguito alle osservazioni delle difese
e agli approfondimenti disposti dalla Procura,
sono stati eseguiti nuovi accertamenti tecnici.
Tra questi figurano verifiche
sulla compatibilità tra le misure del piede di Sempio
e una traccia lasciata da una scarpa con suola a pallini,
oltre a ulteriori valutazioni sul materiale genetico
e sulle impronte già presenti nel fascicolo.
Conclusi gli approfondimenti,
i magistrati pavesi hanno notificato
un nuovo avviso ai sensi dell’articolo 415-bis
del Codice di procedura penale.
Il capo d’accusa formulato dalla Procura
resta quello relativo all’omicidio di Chiara Poggi.
Si tratta della
tesi dell’accusa,
che dovrà essere sottoposta alle successive
valutazioni giudiziarie qualora venga chiesto
il rinvio a giudizio.
DNA, impronta 33 e traccia di scarpa: cosa sappiamo
Il nuovo fascicolo non ruota attorno
a un singolo elemento,
ma a una serie di accertamenti
che la Procura considera nel loro insieme.
Il significato di queste tracce
è però oggetto di confronto tra consulenti
e deve essere distinto dalla prova definitiva
della responsabilità di una persona.
Il DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi
Uno dei passaggi più delicati riguarda
il materiale genetico repertato
sotto le unghie della vittima.
Nell’incidente probatorio concluso nel dicembre 2025,
la perita nominata dal giudice
ha rilevato una
compatibilità con la linea genetica maschile
della famiglia Sempio
.
La stessa analisi ha però evidenziato
limiti importanti:
si tratta di una traccia parziale e mista
che non consente di identificare
con certezza un singolo soggetto
né di stabilire automaticamente
come il materiale genetico
sia arrivato sulle unghie di Chiara.
L’impronta 33
Un altro elemento è la cosiddetta
impronta 33,
una traccia palmare individuata
sulla parete della scala della villetta.
I consulenti della Procura,
dopo aver esaminato anche
le osservazioni presentate dalla difesa,
hanno mantenuto la valutazione
che collega la traccia a Sempio.
La difesa contesta invece
che l’impronta possa essere attribuita
con la certezza necessaria
e ne mette in discussione anche
il collegamento temporale con l’omicidio.
La traccia della scarpa con suola a pallini
Gli approfondimenti più recenti
hanno riguardato anche una traccia di scarpa
presente sulla scena del crimine.
Secondo la consulenza acquisita dalla Procura,
le misure del piede di Sempio
sarebbero compatibili con quelle
di una scarpa modello Frau di taglia 42
presa in considerazione nell’accertamento.
Sempio ha replicato pubblicamente
di portare il numero 44,
oggi come all’epoca dei fatti,
sostenendo che una generica compatibilità
non possa identificare
chi abbia lasciato quella traccia.
Compatibilità non significa identificazione
In ambito forense,
stabilire che una traccia non sia incompatibile
con determinate caratteristiche
non equivale automaticamente
ad attribuirla in modo univoco
a una specifica persona.
Il peso dell’accertamento dipende
dal quadro probatorio complessivo.
Cosa sostiene la difesa di Andrea Sempio
Andrea Sempio continua a negare
ogni responsabilità nell’omicidio.
Dopo la seconda chiusura dell’inchiesta
ha dichiarato di non ritenere
gli elementi raccolti sufficienti
per arrivare a un processo.
La linea difensiva concentra l’attenzione
soprattutto sulla capacità delle singole tracce
di collocare Sempio sulla scena del delitto
nel momento dell’aggressione.
Le contestazioni riguardano quindi
non soltanto l’attribuzione
di DNA e impronte,
ma anche il significato
che quei dati possono assumere
una volta inseriti nella ricostruzione complessiva
dell’omicidio.
Caso Garlasco: i rilievi scientifici nella villetta.
Cosa può succedere ora dopo la chiusura delle indagini
La notifica dell’avviso
di conclusione delle indagini
apre una fase in cui l’indagato
e i suoi difensori possono conoscere
il materiale raccolto dalla Procura
ed esercitare specifiche facoltà difensive.
L’articolo 415-bis del Codice di procedura penale
prevede un termine di
venti giorni
entro il quale la difesa può,
tra le altre possibilità,
presentare memorie e documenti,
depositare investigazioni difensive,
chiedere ulteriori atti d’indagine
oppure domandare che l’indagato
venga interrogato.
Il passaggio successivo più rilevante
sarà la decisione della Procura
sull’esercizio dell’azione penale.
Se i magistrati manterranno
l’attuale impostazione accusatoria,
potranno formulare
una richiesta di rinvio a giudizio.
Anche una richiesta di rinvio a giudizio,
tuttavia,
non equivale all’apertura automatica
del dibattimento né a una dichiarazione di colpevolezza.
Sarà il giudice competente,
nell’ambito dell’udienza preliminare,
a valutare la richiesta
e gli elementi presentati dalle parti.
Sempio ha affermato
di ritenere possibile
una definizione della vicenda
già in questa fase
e ha ribadito che,
qualora si arrivasse al processo,
affronterebbe il giudizio.
Le nuove indagini cambiano la posizione di Alberto Stasi?
No, almeno non automaticamente.
Alberto Stasi
è stato condannato in via definitiva
a 16 anni di reclusione
per l’omicidio di Chiara Poggi.
L’apertura e lo sviluppo
di una nuova indagine su Sempio
non cancellano quella sentenza.
Per modificare una condanna definitiva
è necessario un autonomo
procedimento di revisione,
soggetto a specifici presupposti.
Le nuove indagini hanno però prodotto
anche documentazione relativa
ad alcuni vecchi accertamenti
sui pedali della bicicletta
sequestrata a Stasi.
La Procura di Pavia
ha trasmesso i nuovi atti
alla Procura generale di Milano,
che li sta esaminando
anche nell’ottica di una possibile
iniziativa sulla revisione.
Al 2 ottobre
non risultava ancora presa
una decisione definitiva
su questo fronte.
Caso Garlasco: il punto al 3 ottobre 2026
Il quadro processuale,
quindi,
è più circoscritto
di quanto possa suggerire
il dibattito mediatico.
Andrea Sempio è
indagato
e la Procura ha concluso
per la seconda volta
le indagini nei suoi confronti,
ma non è stato condannato
e al momento
non risulta ancora disposto
il suo rinvio a giudizio.
DNA, impronte e traccia di scarpa
costituiscono alcuni degli elementi
sui quali si confrontano accusa e difesa.
Il loro effettivo valore probatorio
potrà essere stabilito
nelle sedi giudiziarie competenti.
Anche la famiglia Poggi
mantiene una posizione distinta
rispetto a quella della Procura:
attraverso i propri legali
ha fatto sapere di considerare
Sempio innocente
e di non volersi costituire parte civile
nei suoi confronti
qualora si arrivasse a un processo.
Il prossimo passaggio da seguire
Dopo la fase riservata
alle iniziative della difesa,
sarà necessario verificare
se la Procura di Pavia
formalizzerà la richiesta
di rinvio a giudizio
e quale decisione verrà assunta
dal giudice.
FAQ sulle nuove indagini del caso Garlasco
Andrea Sempio è stato rinviato a giudizio?
Al 3 ottobre 2026 no.
La Procura di Pavia
ha notificato la conclusione
delle indagini preliminari.
L’eventuale richiesta
di rinvio a giudizio
costituisce un passaggio successivo.
Il DNA sotto le unghie di Chiara Poggi appartiene con certezza a Sempio?
No.
La perizia ha rilevato
una compatibilità
con la linea genetica maschile
della famiglia Sempio,
ma ha anche evidenziato
limiti della traccia
che non consentono
l’identificazione certa
di un singolo individuo.
Cosa può fare la difesa dopo il 415-bis?
La difesa può esaminare gli atti
e, nei termini previsti,
presentare memorie e documenti,
depositare investigazioni difensive,
chiedere ulteriori accertamenti
oppure domandare l’interrogatorio
dell’indagato.
Le nuove indagini annullano la condanna di Alberto Stasi?
No.
La condanna definitiva
resta valida.
Un’eventuale modifica
richiederebbe uno specifico
procedimento di revisione.
Caso Garlasco: segui gli sviluppi dell’inchiesta
Segui NewsPrisma
per gli aggiornamenti
sulle decisioni della Procura di Pavia,
sull’eventuale udienza preliminare
e sugli sviluppi giudiziari
del caso Garlasco.
Appendicectomia associata a meno diagnosi di tumore colorettale: cosa dice il nuovo studio
Un’analisi su oltre 30 mila pazienti con appendicite acuta
ha osservato meno diagnosi successive di
tumore colorettale dopo appendicectomia
rispetto al trattamento con soli antibiotici.
Il risultato è interessante, ma
non dimostra che rimuovere l’appendice prevenga il cancro.
01
Oltre 30 mila pazienti
Lo studio retrospettivo ha confrontato pazienti con appendicite acuta
operati con pazienti trattati esclusivamente con antibiotici.
02
0,7% contro 1,7%
Le diagnosi di tumore colorettale sono risultate meno frequenti
nel gruppo sottoposto ad appendicectomia.
03
Nessuna prova di prevenzione
Si tratta di un’associazione osservazionale:
causalità, meccanismo biologico e implicazioni cliniche
restano da chiarire.
La ricerca, presentata al
Clinical Congress 2026 dell’American College of Surgeons,
ha analizzato dati sanitari della rete internazionale TriNetX
per verificare se il trattamento dell’appendicite acuta
potesse essere associato a differenze nelle successive diagnosi
di tumore del colon-retto.
Dopo il confronto statistico dei gruppi e l’esclusione
dei pazienti con una precedente diagnosi di tumore colorettale,
l’analisi comprendeva
15.616 persone sottoposte ad appendicectomia
e
15.295 trattate con soli antibiotici.
Nel periodo analizzato sono state registrate
110 diagnosi di tumore colorettale nel gruppo operato,
pari allo 0,7%, e
254 nel gruppo trattato con antibiotici,
pari all’1,7%.
I ricercatori hanno espresso questa differenza come
una riduzione relativa del rischio del 58%.
Il punto decisivo è però il modo in cui il risultato va interpretato.
Lo studio è
retrospettivo e osservazionale:
confronta dati clinici già esistenti e non assegna casualmente
i pazienti ai due trattamenti.
Può quindi individuare un’associazione,
ma non stabilire da solo un rapporto di causa-effetto.
Come è stato condotto lo studio
Il lavoro, citato come
Risk of Colorectal Cancer Following Appendectomy,
è firmato da Meghana Akula e colleghi.
Valentine Nfonsam, della Morehouse School of Medicine,
figura come senior author.
I ricercatori hanno utilizzato il
TriNetX Global Collaborative Network,
che nella ricerca comprendeva dati provenienti
da 168 organizzazioni sanitarie.
Sono stati individuati pazienti con appendicite acuta
trattati chirurgicamente oppure con antibiotici senza intervento.
Prima delle esclusioni finali,
i due gruppi erano stati abbinati statisticamente
per renderli il più possibile comparabili.
Restano tuttavia possibili differenze non misurate
tra chi è stato operato e chi ha ricevuto una gestione non chirurgica.
15.616
pazienti inclusi nel gruppo appendicectomia
dopo le esclusioni previste dallo studio.
15.295
pazienti inclusi nel gruppo trattato
esclusivamente con antibiotici.
168
organizzazioni sanitarie rappresentate
nella rete utilizzata per l’analisi.
Appendicectomia e tumore colorettale:
lo studio osserva un’associazione statistica,
non dimostra un effetto preventivo causale.
Un limite da non dimenticare
L’abstract è stato selezionato dal comitato scientifico
del congresso ACS, ma
non è ancora uno studio pubblicato dopo peer review.
I risultati devono quindi essere considerati preliminari
fino alla pubblicazione completa e alla conferma indipendente.
Cosa significa davvero il 58% in meno
La percentuale del 58% descrive la
riduzione relativa del rischio
osservata confrontando i due gruppi.
Non significa che il 58% dei pazienti operati
abbia evitato un tumore.
In termini assoluti,
le diagnosi sono state registrate nello
0,7% dei pazienti sottoposti ad appendicectomia
e nell’
1,7% dei pazienti trattati con antibiotici.
La differenza osservata tra le due percentuali
è quindi di circa un punto percentuale.
0,7%
diagnosi di tumore colorettale
nel gruppo appendicectomia.
1,7%
diagnosi di tumore colorettale
nel gruppo trattato con antibiotici.
58%
riduzione relativa del rischio
riportata dagli autori.
Confronto tra i due gruppi dello studio:
0,7% di diagnosi nel gruppo appendicectomia
e 1,7% nel gruppo antibiotici.
Poiché i pazienti non sono stati assegnati casualmente
ai trattamenti, questi numeri non consentono di calcolare
un beneficio preventivo individuale
né di concludere che l’intervento sia la causa
della differenza osservata.
Appendice, microbiota e infiammazione: le ipotesi biologiche
L’appendice non viene più considerata semplicemente
un residuo anatomico privo di funzione.
Contiene tessuto linfoide e viene studiata
per il possibile ruolo nella risposta immunitaria intestinale
e nell’equilibrio del
microbiota,
l’insieme dei microrganismi presenti nell’intestino.
Partendo da queste conoscenze,
gli autori indicano alcune possibili spiegazioni biologiche
per l’associazione rilevata:
modificazioni dell’ambiente microbico locale
oppure la rimozione di una fonte di infiammazione.
Ipotesi, non meccanismo dimostrato
Lo studio non ha analizzato direttamente
come il microbiota cambi dopo l’appendicectomia
e non dimostra che infiammazione o batteri intestinali
siano responsabili della differenza osservata.
L’appendicite può essere il primo segnale di un tumore già presente
Esiste una spiegazione alternativa
particolarmente importante per interpretare i risultati.
In alcuni pazienti un
tumore colorettale non ancora diagnosticato,
soprattutto nella parte destra del colon,
può interferire con il drenaggio dell’appendice
e presentarsi inizialmente come appendicite acuta.
In questo scenario il tumore non sarebbe una conseguenza
della scelta tra chirurgia e antibiotici:
potrebbe essere già presente
quando compare l’appendicite.
È il problema noto come
causalità inversa.
L’appendicectomia offre inoltre la possibilità
di sottoporre il tessuto rimosso a esame patologico.
Eventuali reperti possono portare ad approfondimenti diagnostici
che non avvengono nello stesso modo
quando il trattamento è esclusivamente antibiotico.
Cosa mostrano gli studi precedenti
Il rapporto tra appendicectomia e tumore colorettale
è stato analizzato anche prima del lavoro presentato nel 2026,
con risultati non del tutto uniformi.
Uno studio pubblicato nel 2024
ha seguito complessivamente
224.109 partecipanti
appartenenti a tre grandi coorti prospettiche.
Gli autori non hanno trovato prove
di un’associazione sostanziale tra precedente appendicectomia
e rischio a lungo termine di tumore colorettale
o dei suoi principali precursori.
La meta-analisi inclusa nello stesso lavoro
mostrava invece un aumento delle diagnosi
nel periodo più vicino all’appendicectomia,
interpretato dagli autori come compatibile
con la causalità inversa,
mentre nel lungo periodo emergeva
una modesta associazione in direzione opposta.
Anche un’analisi pubblicata nel 2022
su grandi coorti europee e britanniche
aveva suggerito possibili differenze
a seconda della sede del tumore,
senza però stabilire un chiaro effetto protettivo
dell’appendicectomia sul tumore colorettale nel suo complesso.
Nel complesso,
la letteratura disponibile
non permette ancora di considerare l’appendicectomia
una strategia di prevenzione oncologica.
Il nuovo studio aggiunge un dato interessante,
ma richiede conferme e una migliore comprensione
dei possibili fattori confondenti.
Lo studio cambia il trattamento dell’appendicite?
Al momento, no.
Nei pazienti selezionati,
la terapia antibiotica rappresenta una possibile alternativa
alla chirurgia,
mentre in altre situazioni
l’appendicectomia resta il trattamento indicato.
Il nuovo lavoro suggerisce che gli eventuali effetti
a lungo termine possano diventare
una delle variabili da approfondire nella ricerca futura,
insieme a recidiva, complicanze,
caratteristiche dell’appendicite,
età e fattori individuali di rischio colorettale.
Cosa non conclude lo studio
I risultati
non giustificano la rimozione preventiva dell’appendice
nelle persone sane
e non indicano che un paziente debba scegliere la chirurgia
con l’obiettivo di prevenire il tumore colorettale.
La decisione terapeutica deve restare clinica e individuale.
Qual è il significato del nuovo risultato
L’interesse della ricerca sta soprattutto
nell’aver confrontato due strategie terapeutiche
dell’appendicite guardando oltre gli esiti immediati.
Nei dati analizzati,
il gruppo operato ha ricevuto meno diagnosi successive
di tumore colorettale rispetto al gruppo trattato
soltanto con antibiotici.
Rimane però da stabilire
se la differenza dipenda dalla selezione dei pazienti,
dalla presenza di tumori già non diagnosticati,
dagli approfondimenti eseguiti dopo l’intervento,
da fattori biologici legati all’appendice
o da una combinazione di questi elementi.
Per rispondere saranno necessari
studi indipendenti,
informazioni più dettagliate sul follow-up
e sui fattori individuali di rischio
e, soprattutto,
dati capaci di distinguere meglio
associazione statistica e causalità.
FAQ su appendicectomia e tumore colorettale
Togliere l’appendice riduce il rischio di tumore colorettale?
Il nuovo studio ha trovato un’associazione
tra appendicectomia e meno diagnosi successive
di tumore colorettale rispetto al trattamento
dell’appendicite con soli antibiotici.
Non dimostra però che la rimozione dell’appendice
sia la causa della riduzione osservata.
Cosa significa la riduzione del rischio del 58%?
È una
riduzione relativa.
Nei dati dello studio,
il tumore colorettale è stato diagnosticato
nello 0,7% del gruppo appendicectomia
e nell’1,7% del gruppo antibiotici.
La differenza assoluta osservata
è di circa un punto percentuale.
Ha senso rimuovere l’appendice per prevenire il cancro?
No.
Lo studio non supporta
l’appendicectomia preventiva nelle persone sane
né l’intervento chirurgico
come misura di prevenzione del tumore del colon-retto.
Chi ha avuto un’appendicite deve fare controlli per il colon?
Non esiste una risposta unica basata su questo studio.
Gli accertamenti dipendono da età,
storia familiare,
sintomi, fattori di rischio individuali
e valutazione medica.
È importante seguire i programmi di screening raccomandati
e rivolgersi al medico quando esistono indicazioni specifiche.
Salute e ricerca: distinguere i risultati dalle conclusioni
Segui NewsPrisma
per gli aggiornamenti sugli studi scientifici,
con attenzione ai dati,
ai limiti delle ricerche
e alle implicazioni reali per la salute.
Incendi in Europa, stagione 2026 eccezionale: quasi 679mila ettari bruciati nell’UE
Al 23 settembre gli incendi avevano interessato
678.978 ettari nell’Unione europea,
circa il 91% in più rispetto alla media 2006-2025.
Spagna e Francia sono state tra le aree più colpite
in un’estate segnata da caldo persistente e condizioni molto secche.
678.978
Ettari bruciati nell’UE
È il bilancio registrato dal JRC al 23 settembre 2026
per gli incendi superiori a 30 ettari.
+91%
Rispetto alla media
La media 2006-2025 alla stessa data
era pari a 355.397 ettari.
52%
Territorio esposto a forte stress termico
Entro fine estate oltre metà dell’Europa
aveva sperimentato almeno una volta condizioni di stress termico molto forte.
La stagione degli incendi del 2026 si è confermata
eccezionalmente intensa nell’Unione europea.
Già al 2 settembre, secondo il Copernicus Climate Change Service,
la superficie percorsa dal fuoco risultava quasi doppia
rispetto alla media registrata nello stesso periodo tra il 2006 e il 2025.
Nelle settimane successive il bilancio è aumentato ulteriormente.
I dati del Joint Research Centre indicano che
al 23 settembre erano bruciati 678.978 ettari nell’UE,
contro una media ventennale di 355.397 ettari alla stessa data.
Il 2026 resta comunque sotto il livello raggiunto nel 2025:
alla stessa data dell’anno precedente erano stati registrati
oltre un milione di ettari bruciati,
valore che il JRC indica come il più elevato della serie considerata.
Quasi 679mila ettari bruciati nell’Unione europea
Il confronto con la media storica restituisce la dimensione
della stagione: i 678.978 ettari registrati
al 23 settembre sono circa il 91% in più
rispetto ai 355.397 ettari della media 2006-2025
calcolata per la stessa data.
678.978 ha
superficie bruciata nell’UE
dall’inizio del 2026 al 23 settembre.
355.397 ha
media 2006-2025
registrata alla stessa data.
+91%
differenza approssimativa
rispetto alla media ventennale.
Come leggere il dato
La pagina del Joint Research Centre utilizzata per questo bilancio
specifica che i dati presentati riguardano
incendi superiori a 30 ettari.
Le stime EFFIS possono inoltre essere perfezionate
quando diventano disponibili immagini satellitari più precise.
Il sistema europeo EFFIS utilizza osservazioni satellitari
per cartografare le aree percorse dal fuoco.
Le immagini MODIS consentono il monitoraggio su larga scala,
mentre Sentinel-2 permette di affinare i perimetri
e individuare anche alcuni eventi di dimensioni inferiori.
Secondo la documentazione tecnica di EFFIS,
le aree cartografate rappresentano circa il
95% della superficie complessivamente bruciata nell’UE.
Il sistema è quindi pensato soprattutto per offrire
una stima armonizzata e confrontabile a livello europeo.
Spagna e Francia tra le aree più colpite
Copernicus indica Spagna e Francia
tra le aree europee interessate da un’attività incendiaria
particolarmente estesa durante l’estate 2026.
La forte accelerazione era già evidente a luglio.
ISPRA ha calcolato che durante la seconda decade del mese
la superficie percorsa dal fuoco in Europa cresceva
di circa 225 chilometri quadrati al giorno,
con Spagna, Francia e Italia tra i Paesi maggiormente coinvolti.
Incendi in Spagna durante l’estate 2026 osservati attraverso
i sistemi satellitari di monitoraggio.
Le aree interessate dagli incendi nella zona di Bordeaux
osservate da Sentinel-2.
Nel monitoraggio ISPRA aggiornato al 28 luglio figuravano,
tra gli eventi di maggiore estensione,
incendi nelle province spagnole di
Ávila e Guadalajara
e nella Gironda, in Francia.
Si tratta di dati riferiti a una fase specifica della stagione
e non del bilancio finale dell’estate.
Sono però utili per mostrare quanto rapidamente
l’attività degli incendi fosse cresciuta già nella seconda metà di luglio.
Caldo e siccità hanno creato condizioni favorevoli alla propagazione
La stagione degli incendi si è sviluppata durante
un’estate europea caratterizzata da
temperature elevate, stress termico diffuso,
suoli secchi e portate fluviali eccezionalmente basse.
Secondo Copernicus, l’estate 2026 è stata
la terza più calda mai registrata in Europa
e la più calda della serie per l’Europa occidentale.
L’Europa occidentale è stata una delle aree più esposte
alla combinazione di caldo persistente, condizioni secche e incendi.
+1,17 °C
anomalia della temperatura media estiva
sulle terre emerse europee rispetto al 1991-2020.
21,69 °C
temperatura media dell’estate 2026
nell’Europa occidentale.
+2,54 °C
anomalia dell’Europa occidentale
rispetto alla media estiva 1991-2020.
Un altro indicatore significativo riguarda lo stress termico.
Entro la fine dell’estate un record del
52% del territorio europeo
aveva sperimentato almeno una volta condizioni classificate
come “very strong heat stress”, corrispondenti nel sistema UTCI
a una temperatura percepita di almeno 38 °C.
Cosa significa il 52%
Il dato è cumulativo: indica la quota di territorio europeo
che nel corso dell’estate ha sperimentato almeno una volta
quelle condizioni. Non significa che il 52% dell’Europa
sia stato contemporaneamente sottoposto a quello stress termico.
Caldo e siccità non spiegano da soli l’innesco degli incendi,
che può avere origini diverse.
Possono però rendere vegetazione e suoli più secchi,
favorendo una propagazione più rapida delle fiamme
e rendendo gli incendi più difficili da contenere.
Nello stesso periodo i fiumi europei hanno registrato
le più basse portate estive negli oltre trent’anni
coperti dalle rilevazioni EFAS.
Condizioni record o prossime ai record hanno interessato
grandi sistemi fluviali come Reno, Danubio, Po, Loira,
Rodano e Senna.
Il fumo degli incendi ha inciso anche sulla qualità dell’aria
Gli effetti della stagione non si sono limitati
agli ecosistemi direttamente attraversati dal fuoco.
Le emissioni e il particolato prodotti dagli incendi
possono essere trasportati dalle masse d’aria
anche a notevole distanza dalle aree bruciate.
Il fumo degli incendi europei osservato dallo spazio
durante la stagione 2026.
Secondo il Copernicus Atmosphere Monitoring Service,
entro la fine dell’estate le
emissioni degli incendi europei si collocavano
tra le dieci più elevate dal 2003,
anno di inizio della serie utilizzata.
Copernicus segnala inoltre che il fumo degli incendi
ha contribuito a esporre milioni di persone
a livelli pericolosi di inquinamento atmosferico,
mostrando come gli effetti di un grande incendio
possano superare rapidamente i confini dell’area colpita.
In Italia oltre mille grandi incendi già entro la fine di luglio
Anche l’Italia ha attraversato una fase particolarmente intensa,
con forti differenze tra le diverse aree del Paese.
Secondo ISPRA, dal 1° gennaio al
28 luglio 2026
erano stati individuati via satellite
poco più di 1.070 grandi incendi,
per una superficie complessiva di circa
741 chilometri quadrati.
1.070+
grandi incendi individuati in Italia
dal 1° gennaio al 28 luglio 2026.
741 km²
superficie complessivamente percorsa dal fuoco
nel monitoraggio ISPRA.
14%
quota approssimativa dell’area bruciata
costituita da ecosistemi forestali.
Alla stessa data
Sicilia, Calabria e Puglia
rappresentavano complessivamente il 73%
della superficie interessata dagli incendi in Italia.
La Sicilia risultava nettamente la regione più colpita,
con circa 510 chilometri quadrati
percorsi dal fuoco.
Questi numeri non rappresentano il bilancio definitivo
dell’intera stagione italiana:
il monitoraggio ISPRA citato è aggiornato al
28 luglio 2026
e utilizza una propria metodologia di rilevazione.
Non va quindi sovrapposto direttamente al dato europeo
aggiornato al 23 settembre.
Una stagione segnata da rischi climatici concomitanti
I dati del 2026 mostrano una stagione nella quale
incendi, caldo persistente, deficit idrico,
stress termico e bassi livelli dei fiumi
si sono manifestati contemporaneamente
in vaste aree del continente.
Gli effetti hanno riguardato non soltanto foreste ed ecosistemi,
ma anche qualità dell’aria, disponibilità di acqua,
irrigazione, navigazione fluviale e produzione energetica.
È in questa sovrapposizione di fenomeni
che il bilancio degli incendi assume una dimensione più ampia:
oltre alla gestione dell’emergenza,
aumenta l’importanza della prevenzione,
del monitoraggio satellitare e della capacità dei territori
di adattarsi a rischi ambientali sempre più interconnessi.
FAQ sugli incendi in Europa nel 2026
Quanta superficie è bruciata nell’Unione europea nel 2026?
Secondo il Joint Research Centre,
al 23 settembre 2026
gli incendi avevano interessato
678.978 ettari nell’UE.
La media 2006-2025 registrata alla stessa data
era di 355.397 ettari.
Il 2026 è l’anno peggiore mai registrato per gli incendi nell’UE?
No. Al 23 settembre il dato del 2026
era molto superiore alla media ventennale,
ma ancora inferiore al livello registrato
alla stessa data nel 2025,
indicato dal JRC come l’anno peggiore della serie.
Quali Paesi europei sono stati particolarmente colpiti?
Copernicus segnala un’attività particolarmente estesa
in Spagna e Francia.
Durante luglio anche ISPRA aveva evidenziato
una forte crescita delle superfici percorse dal fuoco
in Spagna, Francia e Italia.
Come vengono misurate le aree bruciate in Europa?
EFFIS utilizza osservazioni satellitari,
tra cui immagini MODIS e Sentinel-2,
per individuare e perfezionare i perimetri
delle aree interessate dagli incendi.
Le stime possono essere aggiornate
con l’arrivo di immagini più precise.
Caldo e siccità provocano direttamente gli incendi?
Non necessariamente.
L’innesco può avere cause differenti.
Temperature elevate, vegetazione secca
e deficit idrico possono però creare condizioni
favorevoli alla propagazione delle fiamme
e rendere gli incendi più difficili da contenere.
Clima, incendi e territorio: segui i nuovi dati
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per gli aggiornamenti sui dati EFFIS e Copernicus,
sugli incendi boschivi e sugli eventi climatici
che interessano l’Italia e l’Europa.
Mar Rosso, Crosetto: «Aspides non è ancora sufficiente»
L’Italia chiede all’Unione europea di rafforzare
EUNAVFOR Aspides.
Per il ministro della Difesa
Guido Crosetto
i nuovi contributi annunciati sono positivi,
ma le capacità disponibili non rispondono ancora
pienamente alle esigenze della missione nel Mar Rosso.
01
Più mezzi per Aspides
Crosetto accoglie i nuovi contributi europei,
ma ritiene ancora insufficienti
le capacità operative disponibili.
02
Da sei a oltre dieci navi
Secondo diplomatici citati da Reuters,
erano sei le unità dispiegate.
Kaja Kallas aveva indicato la necessità
di superare quota dieci.
03
Mandato fino al 2027
L’Unione europea ha prorogato
l’operazione Aspides fino al
28 febbraio 2027.
L’Italia aumenta la pressione sull’Unione europea
affinché rafforzi la propria presenza navale
lungo le rotte del
Mar Rosso.
Il tema è stato al centro dell’incontro
del 2 ottobre a Roma tra il ministro della Difesa
Guido Crosetto
e l’Alto rappresentante dell’UE
per gli Affari esteri e la politica di sicurezza
Kaja Kallas.
Il governo italiano ha accolto positivamente
la decisione di alcuni Paesi europei
di mettere a disposizione nuovi assetti
per EUNAVFOR Aspides,
ma secondo Crosetto il rafforzamento
non è ancora sufficiente rispetto
alle esigenze operative della missione.
«Non è ancora sufficiente
per le esigenze che abbiamo davanti».
Il ministro ha chiesto all’Europa
di trasformare più rapidamente
gli impegni politici in
capacità, risorse e azioni concrete,
collegando il rafforzamento della missione
alla protezione della navigazione commerciale
e delle principali rotte tra Asia ed Europa.
Roma chiede più mezzi per la missione Aspides
La posizione italiana non mette in discussione
l’operazione europea.
L’obiettivo dichiarato è rafforzarla
attraverso un contributo più ampio
degli Stati membri.
Durante il colloquio tra Crosetto e Kallas
è stata accolta positivamente
la disponibilità di alcuni Paesi
a fornire nuovi assetti.
Per Roma, tuttavia,
il livello raggiunto non consente ancora
di soddisfare pienamente
le necessità della missione.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto a Bruxelles.
Secondo diplomatici citati da Reuters,
al 2 ottobre erano
sei le navi da guerra dispiegate
nell’ambito di Aspides.
Kaja Kallas aveva indicato a settembre
la necessità di
più di dieci unità
affinché l’operazione potesse
svolgere efficacemente i propri compiti.
6
navi da guerra dispiegate
secondo diplomatici citati da Reuters
al 2 ottobre 2026.
>10
unità indicate da Kaja Kallas
come necessarie per rafforzare
l’efficacia della missione.
2027
il mandato di Aspides
è stato prorogato fino
al 28 febbraio 2027.
Che cos’è EUNAVFOR Aspides e cosa fa nel Mar Rosso
EUNAVFOR Aspides
è l’operazione di sicurezza marittima
istituita dall’Unione europea
nel febbraio 2024
in risposta alle minacce
contro il traffico commerciale
nel Mar Rosso e nelle acque circostanti.
Il mandato è di natura difensiva.
L’operazione contribuisce
alla salvaguardia della
libertà di navigazione,
protegge le navi
e sostiene la sicurezza
delle principali rotte marittime
nel rispetto del diritto internazionale.
L’area operativa comprende
alcune delle più importanti
linee di comunicazione marittime regionali,
tra cui lo stretto di
Bab el-Mandeb,
passaggio fondamentale
per i collegamenti tra
Oceano Indiano, Mar Rosso,
Canale di Suez e Mediterraneo.
Missione difensiva
Il rafforzamento chiesto dall’Italia
non modifica la natura di Aspides:
l’operazione rimane orientata
alla protezione della navigazione
e delle navi commerciali,
non a una missione offensiva.
Perché il Mar Rosso è strategico per Italia ed Europa
La sicurezza del Mar Rosso
riguarda direttamente
le catene commerciali europee.
Attraverso Bab el-Mandeb
passa infatti una delle principali
direttrici marittime che collega
l’Asia al Mediterraneo
attraverso il Canale di Suez.
Un deterioramento prolungato
delle condizioni di sicurezza
può costringere parte del traffico commerciale
a scegliere rotte alternative più lunghe,
con possibili effetti sui tempi di consegna,
sui costi logistici
e sulla continuità delle forniture.
Il ministro degli Esteri
Antonio Tajani
ha richiamato nelle settimane precedenti
la rilevanza della rotta per l’economia italiana.
Secondo i dati citati dal ministro,
circa il
40% del traffico marittimo commerciale italiano
e il
60% delle merci esportate dall’Italia verso l’Asia
passano attraverso il Mar Rosso.
Le percentuali sul traffico italiano
sono dati citati da Tajani
per descrivere il peso strategico della rotta:
vanno quindi lette come
dichiarazioni attribuite al ministro,
non come una nuova rilevazione statistica
prodotta da NewsPrisma.
Anche Tajani chiede più sicurezza marittima europea
La posizione espressa da Crosetto
si inserisce in una linea
sostenuta anche dal ministro degli Esteri
Antonio Tajani.
Durante l’incontro del 2 ottobre
con Kaja Kallas alla Farnesina,
Tajani ha sottolineato
la necessità di rafforzare
la capacità europea di risposta alle crisi
e l’impegno dell’Unione
per la sicurezza marittima
nel Mar Rosso
e nell’area dello
stretto di Hormuz.
Guido Crosetto durante l’incontro
con l’Alto rappresentante dell’Unione europea.
Il punto condiviso riguarda
soprattutto la tutela della
libertà di navigazione
e delle rotte marittime internazionali
in una fase di forte instabilità regionale.
Tajani aveva inoltre chiarito
che la partecipazione italiana ad Aspides
non significa un coinvolgimento
in una guerra contro gli Houthi,
ma rientra nella protezione
del traffico mercantile.
Aspides resterà attiva fino al 28 febbraio 2027
Il Consiglio dell’Unione europea
ha prorogato il mandato di
EUNAVFOR Aspides fino al
28 febbraio 2027,
dopo il riesame strategico
dell’operazione.
Nell’ambito della proroga
è stato stabilito
un importo di riferimento finanziario
di quasi
15 milioni di euro
per coprire i costi comuni
dell’operazione dal 1° marzo 2026
al 28 febbraio 2027.
A marzo il mandato è stato inoltre aggiornato.
Tra le attività previste,
entro i limiti dei mezzi
e delle capacità disponibili,
rientrano la raccolta
e condivisione di informazioni
su attività sospette riguardanti
le infrastrutture sottomarine critiche.
L’operazione può inoltre contribuire
alla formazione delle forze marittime
di Gibuti
e cooperare con la
Guardia costiera yemenita,
rafforzando i collegamenti
con altre iniziative europee
dedicate alla sicurezza marittima.
Il prossimo nodo è trasformare gli impegni in capacità operative
La richiesta italiana arriva
in una fase nella quale
la sicurezza della regione
rimane fragile
e le minacce contro la navigazione
continuano a pesare
sulle rotte commerciali.
La questione per Bruxelles
non riguarda soltanto
il numero delle navi presenti in mare.
Conta anche la disponibilità
delle capacità necessarie,
la continuità della presenza navale
e la rapidità con cui
gli Stati membri possono rispondere
all’evoluzione del quadro operativo.
«L’Europa deve passare dalle parole ai fatti:
più capacità, più contributi operativi
e maggiore rapidità nelle decisioni».
Per Roma,
Aspides deve quindi continuare
a rappresentare una risposta europea,
ma con una partecipazione più ampia
degli Stati membri
e con risorse adeguate
alle esigenze della missione.
Altri temi europei su NewsPrisma
Le decisioni sulla sicurezza marittima
si inseriscono in un momento
in cui i governi europei
discutono anche altri dossier
economici e politici
che richiedono un coordinamento
con le istituzioni dell’Unione.
È un’operazione di sicurezza marittima
dell’Unione europea
istituita nel febbraio 2024.
Ha natura difensiva
e contribuisce alla protezione
delle navi e alla salvaguardia
della libertà di navigazione
nel Mar Rosso e nelle acque circostanti.
Perché l’Italia chiede di rafforzare Aspides?
Secondo il governo italiano,
i nuovi contributi annunciati
da alcuni Paesi europei
rappresentano un passo positivo,
ma non sono ancora sufficienti
rispetto alle esigenze operative
della missione.
Quante navi sono impegnate nella missione?
Secondo diplomatici citati da Reuters,
al 2 ottobre 2026
risultavano dispiegate
sei navi da guerra.
Kaja Kallas aveva indicato
la necessità di
oltre dieci unità.
Fino a quando resterà attiva Aspides?
Il Consiglio dell’Unione europea
ha prorogato il mandato
dell’operazione fino al
28 febbraio 2027.
Aspides è una missione offensiva?
No.
Il mandato dell’Unione europea
definisce Aspides
un’operazione di
sicurezza marittima difensiva,
orientata alla protezione
delle navi e della libertà
di navigazione.
Mar Rosso e sicurezza europea: segui gli sviluppi
NewsPrisma
segue l’evoluzione della missione Aspides,
la sicurezza delle rotte commerciali
e le decisioni dell’Unione europea
che possono avere conseguenze
sull’Italia e sull’economia internazionale.
Spike Lee trattenuto allo Yankee Stadium dopo una presunta provocazione sulla Palestina
Il regista è stato trattenuto durante un acceso confronto
nella Legends Suite dello Yankee Stadium prima di
Yankees-Red Sox del 30 settembre.
Il breve video diffuso sui social mostra la fase concitata,
ma non permette di verificare direttamente come sia iniziata
la discussione.
Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
01
Legends Suite
L’episodio è avvenuto nella zona ristorante
prima di gara 2 della Wild Card Series.
02
Video parziale
Le immagini mostrano Lee trattenuto,
ma non documentano l’inizio completo del confronto.
03
Yankees 9-2
New York ha battuto Boston davanti
a 49.004 spettatori allo Yankee Stadium.
Il confronto nella Legends Suite dello Yankee Stadium
L’episodio si è verificato il
30 settembre 2026,
prima di gara 2 della American League Wild Card Series
tra New York Yankees e Boston Red Sox.
Spike Lee si trovava nella zona ristorante
della Legends Suite quando è iniziato
il confronto con uno spettatore.
Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa statunitense,
l’uomo avrebbe filmato Lee mentre stava mangiando
e gli avrebbe rivolto domande sulla Palestina.
Un successivo resoconto riferisce che,
dopo essersi avvicinato anche per una fotografia,
lo spettatore avrebbe chiesto al regista
di pronunciare la frase offensiva
“Fuck Palestine”.
Lee avrebbe reagito alzandosi e cercando
l’intervento della sicurezza.
Nel filmato diffuso sui social appare visibilmente agitato
mentre alcune persone lo trattengono.
Lo spettatore sarebbe stato successivamente allontanato
dalla zona.
La frase attribuita allo spettatore
non è verificabile direttamente dal breve video.
La sua ricostruzione deriva dalle testimonianze
raccolte e pubblicate dai media statunitensi.
Cosa mostra il video e cosa non permette di verificare
Le immagini mostrano Spike Lee durante la fase più concitata
dell’episodio, con alcune persone che cercano
di contenerlo mentre il regista domanda
alla persona coinvolta perché si sia avvicinata a lui.
Nel filmato si vede inoltre un uomo presente nella sala
indicare allo spettatore di allontanarsi.
Non sono visibili pugni o uno scontro fisico.
Il video, tuttavia, inizia quando la discussione
è già in corso.
Non documenta quindi integralmente ciò che è accaduto prima
né consente di ascoltare con chiarezza
la frase offensiva riferita nelle ricostruzioni giornalistiche.
Distinzione importante
Il filmato costituisce una prova visiva
della fase di tensione e del fatto che Lee
sia stato trattenuto.
Le circostanze che avrebbero provocato la sua reazione
restano invece basate sulle testimonianze
e sui resoconti pubblicati dopo l’accaduto.
Nelle prime ricostruzioni pubblicate dopo l’episodio,
i rappresentanti di Spike Lee e gli Yankees
non avevano risposto alle richieste di commento
riportate dalla stampa.
Le precedenti dichiarazioni di Spike Lee sulla Palestina
L’episodio arriva alcuni mesi dopo una presa di posizione
pubblica di Spike Lee in favore della popolazione palestinese.
Durante l’NBA All-Star Game del febbraio 2026,
il regista aveva indossato un maglione con motivo
ispirato alla kefiah e accessori con immagini
della bandiera palestinese.
La scelta aveva attirato attenzione anche per la presenza
di Deni Avdija,
primo giocatore israeliano selezionato
per un NBA All-Star Game.
Lee aveva successivamente spiegato che
il proprio abbigliamento esprimeva preoccupazione
per i bambini e i civili palestinesi
e sostegno alla dignità umana.
Aveva inoltre precisato che il messaggio
non era rivolto contro gli ebrei,
non sosteneva la violenza
e non era diretto contro Avdija.
Yankees-Red Sox, New York vince 9-2
L’episodio è avvenuto prima della seconda partita
della Wild Card Series tra due storiche rivali
della American League East.
9-2
Il risultato finale a favore
dei New York Yankees.
49.004
Gli spettatori presenti
allo Yankee Stadium.
2-0
Il risultato della serie,
vinta dagli Yankees in due partite.
Sul campo New York ha superato Boston
9-2,
completando la vittoria della serie.
L’affluenza ufficiale registrata per gara 2
è stata di 49.004 spettatori.
Per Spike Lee, presenza abituale agli eventi sportivi
di New York, la serata è stata quindi accompagnata
da un episodio che ha rapidamente attirato
l’attenzione dei media e dei social.
Il confronto si è interrotto dopo l’intervento
delle persone presenti e, secondo le ricostruzioni
pubblicate dalla stampa statunitense,
lo spettatore coinvolto è stato successivamente
allontanato.
News, sport e attualità
Segui NewsPrisma
per gli aggiornamenti sui principali fatti
di attualità, sport e cultura,
con attenzione alla distinzione
tra fatti verificati e ricostruzioni.
AI, il 72% delle imprese dell’area euro prevede di usare fondi interni
Secondo la rilevazione SAFE della BCE,
il 72% delle imprese che prevede investimenti
nell’intelligenza artificiale nei prossimi dodici mesi
indica risorse proprie, come flussi di cassa e utili trattenuti,
tra le fonti di finanziamento.
72%
Fondi interni
Sono la fonte di finanziamento più indicata
dalle imprese che programmano investimenti in AI.
49%
Tecnologie e strumenti
È la categoria di investimento AI
citata più frequentemente dalle imprese.
46%
Formazione
Lo sviluppo delle competenze interne
segue da vicino gli investimenti tecnologici.
Il dato emerge dalla
Survey on the Access to Finance of Enterprises (SAFE)
della Banca centrale europea e da un approfondimento
pubblicato sul blog BCE il 2 ottobre 2026.
La rilevazione mostra che l’interesse per l’intelligenza
artificiale non riguarda soltanto l’acquisto di nuovi strumenti.
Le imprese programmano investimenti anche in competenze,
dati e infrastrutture, ma il capitale necessario
dovrebbe provenire soprattutto dall’interno dell’azienda.
La principale indicazione della SAFE è quindi finanziaria:
le imprese dell’area euro stanno preparando investimenti in AI,
ma il ricorso previsto a capitale esterno resta
molto più contenuto rispetto all’autofinanziamento.
Come le imprese prevedono di finanziare gli investimenti AI
Tra le aziende che prevedono investimenti
nell’intelligenza artificiale nei successivi dodici mesi,
i fondi interni sono indicati dal 72%.
Le fonti esterne risultano nettamente meno diffuse:
prestiti bancari e linee di credito raggiungono il 16%,
la stessa quota di sovvenzioni e prestiti agevolati,
mentre il leasing si ferma al 15%.
72%
fondi interni, come flussi di cassa
e utili trattenuti.
16%
prestiti bancari e linee di credito.
16%
sovvenzioni o prestiti agevolati.
15%
leasing.
6%
equity, venture capital
o private equity.
1%
titoli di debito.
Le imprese potevano selezionare più di una risposta,
quindi le percentuali non devono essere sommate.
Il 18% delle aziende intenzionate
a investire in AI non ha indicato nessuno degli strumenti
proposti.
Gli autori del blog BCE osservano che questa quota
potrebbe comprendere imprese che non hanno ancora definito
la propria strategia di finanziamento.
Tra quelle che hanno già individuato gli strumenti,
la maggioranza prevede di utilizzare una sola fonte.
Tecnologia e formazione guidano i programmi di investimento
La SAFE distingue anche le principali componenti
verso cui le imprese intendono destinare risorse.
Il 49% indica tecnologie e strumenti AI,
mentre il 46% punta sulla formazione
dei dipendenti.
Dati e infrastrutture vengono citati dal 40%,
mentre il 12% prevede investimenti
nell’assunzione di specialisti in intelligenza artificiale.
49%
tecnologie e strumenti AI.
46%
formazione dei dipendenti.
40%
dati e infrastrutture.
Il 38% delle imprese non ha selezionato
nessuna delle categorie di investimento proposte.
Le aziende di maggiori dimensioni risultano più propense
a investire in tutte le aree considerate,
pur mantenendo un ordine delle priorità simile
a quello delle PMI.
Competenze oltre alla tecnologia
La vicinanza tra il 49% destinato a tecnologie e strumenti
e il 46% relativo alla formazione indica che,
nei programmi delle imprese,
l’adozione dell’AI coinvolge sia l’infrastruttura tecnologica
sia lo sviluppo delle competenze necessarie per utilizzarla.
Perché il finanziamento esterno pesa di più negli investimenti tangibili
La natura dell’investimento incide sulla possibilità
di ricorrere a capitale esterno.
Hardware e alcune infrastrutture possono rappresentare
attività tangibili utilizzabili come garanzia,
mentre formazione e capitale umano non producono
beni facilmente impiegabili come collaterale.
L’analisi econometrica pubblicata dagli autori del blog BCE
confronta imprese dello stesso Paese, settore
e classe dimensionale.
Prevedere investimenti in tecnologie e strumenti AI
oppure in dati e infrastrutture
è associato a un aumento di
16 punti percentuali
della probabilità di ricorrere a fonti di finanziamento esterne.
Per l’assunzione di specialisti AI
l’associazione è pari a
9 punti percentuali,
mentre per la formazione dei dipendenti
non emerge un effetto statisticamente significativo.
Questi risultati descrivono
associazioni statistiche
e non dimostrano che una determinata tipologia
di investimento causi automaticamente
un maggiore ricorso al finanziamento esterno.
La nota metodologica della BCE precisa infatti
che la variabile analizzata assume valore positivo
quando l’impresa prevede di utilizzare
almeno una fonte di finanziamento esterna,
escludendo i fondi interni.
Quanto è già diffusa l’AI tra le imprese dell’area euro
La precedente rilevazione SAFE,
relativa al quarto trimestre 2025,
offre un riferimento utile per interpretare
i nuovi programmi di investimento.
In quel sondaggio il
27% delle imprese dichiarava di non utilizzare ancora AI,
mentre il 7% affermava di impiegarla in misura significativa.
Le aziende prevedevano inoltre di destinare,
in media, circa il
9% degli investimenti complessivi
all’intelligenza artificiale
nei dodici mesi successivi.
27%
imprese che nel quarto trimestre 2025
dichiaravano di non usare ancora AI.
7%
imprese che dichiaravano
un utilizzo significativo dell’AI.
9%
quota media degli investimenti complessivi
che le imprese prevedevano di destinare all’AI.
Perché l’accesso al capitale può incidere sulla diffusione dell’AI
Il ricorso ai fondi interni offre alle imprese
disponibilità immediata, autonomia decisionale
e assenza di nuovo debito.
Allo stesso tempo, lega la dimensione dell’investimento
alla quantità di risorse che l’azienda riesce
a generare e trattenere.
Gli autori del blog BCE osservano quindi
che un utilizzo limitato del finanziamento esterno
potrebbe ridurre la scala e la velocità
degli investimenti rispetto a uno scenario
in cui il capitale esterno fosse più accessibile.
Il tema riguarda soprattutto gli investimenti
con una componente immateriale,
come software, dati, proprietà intellettuale,
formazione e capitale umano.
In un intervento del 23 marzo 2026,
il membro del Comitato esecutivo BCE
Philip R. Lane
ha evidenziato il peso crescente
degli investimenti digitali e immateriali
nell’economia dell’area euro
e le caratteristiche finanziarie specifiche
richieste da progetti tecnologici di lungo periodo.
Una distinzione importante
Le valutazioni interpretative contenute nel blog
sono attribuite ai suoi autori.
La BCE specifica che le opinioni espresse
negli articoli del proprio blog
non rappresentano necessariamente
la posizione della Banca centrale europea
o dell’Eurosistema.
Cosa mostrano i dati BCE sugli investimenti AI
La SAFE fotografa un sistema produttivo
che sta programmando investimenti
nell’intelligenza artificiale
ma che, per finanziarli,
conta soprattutto sulle risorse generate internamente.
Tecnologia, formazione, dati e infrastrutture
richiedono forme di capitale differenti.
La capacità delle imprese di combinare
risorse proprie e finanziamento esterno
sarà quindi uno degli elementi da osservare
per capire con quale intensità
l’AI entrerà nei processi produttivi
dell’area euro.
Economia e innovazione nell’area euro
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