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Domenica 4 Ottobre 2026

Categoria: Salute

  • Tumore al seno: prevenzione, screening e cure nel 2026

    Tumore al seno: prevenzione, screening e cure nel 2026

    Salute

    Tumore al seno, Ottobre Rosa 2026: screening, controlli e nuove cure

    Ottobre richiama l’attenzione sulla prevenzione del tumore al seno. Nel 2026 il quadro comprende programmi di screening in evoluzione, diagnosi sempre più mirate e nuove terapie selezionate in base alle caratteristiche biologiche della malattia.

    Ottobre Rosa 2026, prevenzione, screening e nuove cure contro il tumore al seno
    01 Screening in evoluzione

    Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 prevede l’ampliamento graduale alle fasce 45-49 e 70-74 anni.

    02 Controlli appropriati

    Mammografia, ecografia, visita e risonanza hanno ruoli diversi e non sono esami intercambiabili.

    03 Cure più personalizzate

    Biomarcatori come recettori ormonali, HER2 ed ESR1 possono orientare le scelte terapeutiche.

    Il carcinoma della mammella resta il tumore più frequentemente diagnosticato in Italia.

    Secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2025, nel 2024 sono state stimate 53.686 nuove diagnosi di tumore della mammella. Lo stesso rapporto indica una sopravvivenza netta a cinque anni dell’88% e circa 925.000 donne viventi in Italia dopo una diagnosi di questa neoplasia.

    I dati sullo screening mostrano inoltre una ripresa rispetto agli anni della pandemia: nel 2024 la copertura da esami dello screening mammografico organizzato ha raggiunto il 50% della popolazione avente diritto, con differenze ancora marcate tra le diverse aree del Paese.

    53.686 nuove diagnosi di tumore della mammella stimate in Italia nel 2024.
    50% copertura da esami dello screening mammografico organizzato nel 2024.
    88% sopravvivenza netta a cinque anni dalla diagnosi riportata da AIOM.

    L’Ottobre Rosa non riguarda soltanto la sensibilizzazione: è un’occasione per ricordare l’importanza di aderire ai programmi di diagnosi precoce, riconoscere eventuali cambiamenti del seno e rivolgersi al medico quando necessario.

    Screening mammografico: cosa cambia nel 2026

    Nella popolazione generale, lo screening mammografico organizzato si è tradizionalmente rivolto alle donne tra 50 e 69 anni, con una mammografia ogni due anni.

    Il quadro sta però cambiando. Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031, adottato con Intesa Stato-Regioni il 21 maggio 2026, prevede il progressivo ampliamento dello screening mammografico anche alle donne di 45-49 anni e 70-74 anni.

    L’estensione è graduale. Non significa quindi che, dall’inizio del 2026, tutte le donne tra 45 e 74 anni ricevano automaticamente lo stesso invito in ogni Regione.

    Organizzazione, calendario e fasce effettivamente coinvolte devono essere verificati nel programma di screening della propria Regione o Azienda sanitaria.

    Screening mammografico, controlli e diagnosi precoce del tumore al seno nel 2026
    Lo screening mammografico è rivolto a persone senza sintomi e punta a individuare eventuali alterazioni in fase precoce.
    Screening e sintomi non sono la stessa cosa

    Lo screening riguarda persone che non presentano sintomi. Se compare un cambiamento nuovo o persistente del seno, non è opportuno attendere il successivo invito: è indicata una valutazione medica.

    Mammografia, ecografia e visita senologica: ruoli diversi

    Fare prevenzione non significa eseguire il maggior numero possibile di esami. Ogni accertamento risponde a indicazioni differenti.

    La mammografia è l’esame su cui si basa lo screening organizzato del tumore mammario. L’ecografia può essere utilizzata come approfondimento in determinate situazioni, ma non sostituisce automaticamente la mammografia quando questa è indicata.

    Anche la risonanza magnetica mammaria ha indicazioni specifiche ed è utilizzata soprattutto in particolari condizioni cliniche o nei percorsi di sorveglianza delle persone ad alto rischio.

    Età, storia personale, densità mammaria, eventuali sintomi e profilo individuale di rischio contribuiscono a definire il percorso più appropriato.

    I cambiamenti del seno che meritano una valutazione medica

    Un cambiamento del seno non significa automaticamente tumore. Molte alterazioni possono avere una causa benigna.

    È però opportuno sottoporre al medico modificazioni nuove o persistenti, soprattutto quando riguardano un solo seno.

    • comparsa di un nuovo nodulo al seno o all’ascella;
    • modificazioni recenti della forma o del volume della mammella;
    • retrazione della pelle o del capezzolo;
    • alterazioni cutanee persistenti;
    • secrezioni anomale dal capezzolo;
    • cambiamenti recenti e persistenti non presenti in precedenza.

    Conoscere il proprio seno può aiutare a riconoscere più facilmente eventuali modificazioni. L’autopalpazione, tuttavia, non sostituisce la mammografia né gli altri esami eventualmente indicati dal medico.

    Prevenzione e diagnosi precoce del tumore al seno durante l'Ottobre Rosa
    Diagnosi precoce e valutazione dei cambiamenti sospetti sono due aspetti distinti ma complementari della prevenzione.

    Familiarità e rischio genetico: quando il percorso cambia

    Il rischio di sviluppare un tumore della mammella non è uguale per tutte le persone.

    Una forte familiarità per tumore della mammella o dell’ovaio, diagnosi avvenute in giovane età all’interno della famiglia oppure la presenza di specifiche varianti genetiche ereditarie, comprese quelle che coinvolgono BRCA1 e BRCA2, possono richiedere una sorveglianza personalizzata.

    Quando la storia personale o familiare lo suggerisce, può essere indicata una valutazione specialistica e, nei casi appropriati, una consulenza oncogenetica.

    Età di inizio dei controlli, frequenza e tipo di esame vengono quindi stabiliti sulla base del rischio individuale e non necessariamente coincidono con il programma destinato alla popolazione generale.

    Prevenzione primaria: quali fattori possono essere modificati

    Lo screening è una forma di prevenzione secondaria: serve a individuare una malattia eventualmente già presente in una fase in cui non ha ancora dato sintomi.

    La prevenzione primaria agisce invece sui fattori di rischio modificabili. Attività fisica regolare, mantenimento di un peso adeguato, astensione dal fumo e limitazione del consumo di alcol rientrano nelle principali raccomandazioni generali per la prevenzione oncologica.

    Un punto importante

    Nessuno stile di vita può azzerare il rischio di tumore al seno. Buone abitudini e diagnosi precoce sono strumenti complementari, non garanzie individuali.

    Nuove cure per il tumore al seno: cosa è cambiato nel 2026

    Il tumore al seno non è una malattia unica. Le decisioni terapeutiche dipendono dallo stadio, dalle caratteristiche cliniche e dalla biologia del tumore.

    Recettori ormonali, espressione di HER2 e determinate alterazioni molecolari possono contribuire a identificare sottogruppi differenti e a selezionare i trattamenti.

    Nuove terapie e medicina di precisione per il tumore al seno nel 2026
    Biomarcatori e caratteristiche biologiche del tumore hanno un ruolo sempre più importante nella scelta delle terapie.

    Datopotamab deruxtecan nel tumore triplo negativo

    Il 31 luglio 2026 la Commissione europea ha approvato datopotamab deruxtecan come monoterapia di prima linea per adulti con carcinoma mammario triplo negativo non resecabile o metastatico che non siano candidati alla terapia con inibitori PD-1/PD-L1.

    L’indicazione riguarda quindi una popolazione clinica specifica e non tutti i tumori triplo negativi indistintamente.

    Trastuzumab deruxtecan e pertuzumab nelle forme HER2-positive

    Il 1° settembre 2026 è stata approvata nell’Unione europea la combinazione trastuzumab deruxtecan e pertuzumab come trattamento di prima linea per adulti con carcinoma mammario HER2-positivo non resecabile o metastatico.

    Anche in questo caso la selezione dei pazienti dipende dalle caratteristiche biologiche della malattia e dalla valutazione oncologica.

    Imlunestrant per alcune forme ER-positive con mutazione ESR1

    Il 9 gennaio 2026 ha ottenuto l’autorizzazione valida nell’UE anche imlunestrant, terapia endocrina orale destinata, in monoterapia, a specifici adulti con carcinoma mammario ER-positivo, HER2-negativo, localmente avanzato o metastatico, con mutazione attivante di ESR1 e progressione dopo una precedente terapia endocrina.

    Le novità del 2026 mostrano la crescente importanza dell’oncologia di precisione: conoscere le caratteristiche del tumore permette di valutare trattamenti differenti per gruppi di pazienti sempre meglio definiti.

    Autorizzazione europea e accesso in Italia

    Un’autorizzazione europea non significa automaticamente disponibilità immediata e uniforme del medicinale nel Servizio sanitario nazionale. Rimborsabilità, accesso e concreta applicabilità dipendono anche dai passaggi regolatori nazionali e dalla situazione clinica individuale.

    Diagnosi e terapie funzionano meglio dentro percorsi organizzati

    Innovazione terapeutica e diagnosi precoce producono il massimo beneficio quando sono inserite in percorsi sanitari coordinati.

    Dopo un risultato sospetto, la persona può aver bisogno di ulteriori accertamenti, valutazioni multidisciplinari e della definizione di un percorso terapeutico adeguato alle caratteristiche della malattia.

    Per questo l’efficacia della prevenzione non dipende soltanto dalla disponibilità degli esami, ma anche dalla capacità del sistema sanitario di garantire continuità tra screening, approfondimento diagnostico, presa in carico e cura.

    Ottobre Rosa 2026: cosa fare concretamente

    Il mese della prevenzione può essere un’occasione utile per verificare se si rientra nel programma di screening attivo nella propria Regione e controllare quando è stata eseguita, se prevista, l’ultima mammografia.

    Chi riceve un invito allo screening può verificare modalità e appuntamento attraverso i servizi sanitari territoriali.

    In presenza invece di un cambiamento nuovo o persistente, di una familiarità importante o di dubbi sul proprio rischio, il riferimento resta il medico o lo specialista.

    Il messaggio dell’Ottobre Rosa non si esaurisce quindi in un controllo annuale: la prevenzione è un percorso che prosegue durante tutto l’anno.

    FAQ su prevenzione e screening del tumore al seno

    A che età si fa lo screening mammografico?

    Lo screening organizzato si è tradizionalmente rivolto alle donne tra 50 e 69 anni, con mammografia ogni due anni. Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 prevede l’ampliamento graduale anche alle fasce 45-49 e 70-74 anni. L’offerta effettiva va verificata nella propria Regione.

    L’ecografia può sostituire la mammografia?

    Non automaticamente. Mammografia ed ecografia hanno caratteristiche e indicazioni differenti. L’ecografia può essere utilizzata come approfondimento, mentre la mammografia resta l’esame di riferimento dei programmi organizzati di screening mammario.

    Bisogna aspettare lo screening se compare un nodulo?

    No. Lo screening è rivolto a persone senza sintomi. Un nodulo nuovo o un’altra modificazione persistente del seno richiedono una valutazione medica senza attendere il successivo appuntamento di screening.

    Quali sono le principali novità terapeutiche del 2026?

    Nel 2026 sono arrivate nuove indicazioni europee per trattamenti destinati a specifici sottotipi di tumore della mammella, tra cui datopotamab deruxtecan, trastuzumab deruxtecan con pertuzumab e imlunestrant. La scelta dipende dai biomarcatori, dallo stadio, dai trattamenti precedenti e dalle condizioni cliniche individuali.

    La prevenzione continua oltre il mese di ottobre

    Verificare il programma di screening della propria Regione e rivolgersi al medico in presenza di cambiamenti sospetti sono azioni concrete. I controlli devono essere appropriati al proprio profilo di rischio, non scelti autonomamente.

  • Tumore al colon e appendice: cosa dice il nuovo studio

    Tumore al colon e appendice: cosa dice il nuovo studio

    Salute

    Appendicectomia associata a meno diagnosi di tumore colorettale: cosa dice il nuovo studio

    Un’analisi su oltre 30 mila pazienti con appendicite acuta ha osservato meno diagnosi successive di tumore colorettale dopo appendicectomia rispetto al trattamento con soli antibiotici. Il risultato è interessante, ma non dimostra che rimuovere l’appendice prevenga il cancro.

    Illustrazione editoriale di colon, appendice, microbiota e ricercatori che analizzano dati sul tumore colorettale
    01 Oltre 30 mila pazienti

    Lo studio retrospettivo ha confrontato pazienti con appendicite acuta operati con pazienti trattati esclusivamente con antibiotici.

    02 0,7% contro 1,7%

    Le diagnosi di tumore colorettale sono risultate meno frequenti nel gruppo sottoposto ad appendicectomia.

    03 Nessuna prova di prevenzione

    Si tratta di un’associazione osservazionale: causalità, meccanismo biologico e implicazioni cliniche restano da chiarire.

    La ricerca, presentata al Clinical Congress 2026 dell’American College of Surgeons, ha analizzato dati sanitari della rete internazionale TriNetX per verificare se il trattamento dell’appendicite acuta potesse essere associato a differenze nelle successive diagnosi di tumore del colon-retto.

    Dopo il confronto statistico dei gruppi e l’esclusione dei pazienti con una precedente diagnosi di tumore colorettale, l’analisi comprendeva 15.616 persone sottoposte ad appendicectomia e 15.295 trattate con soli antibiotici.

    Nel periodo analizzato sono state registrate 110 diagnosi di tumore colorettale nel gruppo operato, pari allo 0,7%, e 254 nel gruppo trattato con antibiotici, pari all’1,7%. I ricercatori hanno espresso questa differenza come una riduzione relativa del rischio del 58%.

    Il punto decisivo è però il modo in cui il risultato va interpretato. Lo studio è retrospettivo e osservazionale: confronta dati clinici già esistenti e non assegna casualmente i pazienti ai due trattamenti. Può quindi individuare un’associazione, ma non stabilire da solo un rapporto di causa-effetto.

    Come è stato condotto lo studio

    Il lavoro, citato come Risk of Colorectal Cancer Following Appendectomy, è firmato da Meghana Akula e colleghi. Valentine Nfonsam, della Morehouse School of Medicine, figura come senior author.

    I ricercatori hanno utilizzato il TriNetX Global Collaborative Network, che nella ricerca comprendeva dati provenienti da 168 organizzazioni sanitarie. Sono stati individuati pazienti con appendicite acuta trattati chirurgicamente oppure con antibiotici senza intervento.

    Prima delle esclusioni finali, i due gruppi erano stati abbinati statisticamente per renderli il più possibile comparabili. Restano tuttavia possibili differenze non misurate tra chi è stato operato e chi ha ricevuto una gestione non chirurgica.

    15.616 pazienti inclusi nel gruppo appendicectomia dopo le esclusioni previste dallo studio.
    15.295 pazienti inclusi nel gruppo trattato esclusivamente con antibiotici.
    168 organizzazioni sanitarie rappresentate nella rete utilizzata per l’analisi.
    Illustrazione del colon con appendice evidenziata e grafico che rappresenta l'associazione osservata nel nuovo studio
    Appendicectomia e tumore colorettale: lo studio osserva un’associazione statistica, non dimostra un effetto preventivo causale.
    Un limite da non dimenticare

    L’abstract è stato selezionato dal comitato scientifico del congresso ACS, ma non è ancora uno studio pubblicato dopo peer review. I risultati devono quindi essere considerati preliminari fino alla pubblicazione completa e alla conferma indipendente.

    Cosa significa davvero il 58% in meno

    La percentuale del 58% descrive la riduzione relativa del rischio osservata confrontando i due gruppi. Non significa che il 58% dei pazienti operati abbia evitato un tumore.

    In termini assoluti, le diagnosi sono state registrate nello 0,7% dei pazienti sottoposti ad appendicectomia e nell’ 1,7% dei pazienti trattati con antibiotici. La differenza osservata tra le due percentuali è quindi di circa un punto percentuale.

    0,7% diagnosi di tumore colorettale nel gruppo appendicectomia.
    1,7% diagnosi di tumore colorettale nel gruppo trattato con antibiotici.
    58% riduzione relativa del rischio riportata dagli autori.
    Infografica che confronta appendicectomia e terapia antibiotica nell'appendicite acuta con valori dello 0,7% e dell'1,7%
    Confronto tra i due gruppi dello studio: 0,7% di diagnosi nel gruppo appendicectomia e 1,7% nel gruppo antibiotici.

    Poiché i pazienti non sono stati assegnati casualmente ai trattamenti, questi numeri non consentono di calcolare un beneficio preventivo individuale né di concludere che l’intervento sia la causa della differenza osservata.

    Appendice, microbiota e infiammazione: le ipotesi biologiche

    L’appendice non viene più considerata semplicemente un residuo anatomico privo di funzione. Contiene tessuto linfoide e viene studiata per il possibile ruolo nella risposta immunitaria intestinale e nell’equilibrio del microbiota, l’insieme dei microrganismi presenti nell’intestino.

    Partendo da queste conoscenze, gli autori indicano alcune possibili spiegazioni biologiche per l’associazione rilevata: modificazioni dell’ambiente microbico locale oppure la rimozione di una fonte di infiammazione.

    Ipotesi, non meccanismo dimostrato

    Lo studio non ha analizzato direttamente come il microbiota cambi dopo l’appendicectomia e non dimostra che infiammazione o batteri intestinali siano responsabili della differenza osservata.

    L’appendicite può essere il primo segnale di un tumore già presente

    Esiste una spiegazione alternativa particolarmente importante per interpretare i risultati. In alcuni pazienti un tumore colorettale non ancora diagnosticato, soprattutto nella parte destra del colon, può interferire con il drenaggio dell’appendice e presentarsi inizialmente come appendicite acuta.

    In questo scenario il tumore non sarebbe una conseguenza della scelta tra chirurgia e antibiotici: potrebbe essere già presente quando compare l’appendicite. È il problema noto come causalità inversa.

    L’appendicectomia offre inoltre la possibilità di sottoporre il tessuto rimosso a esame patologico. Eventuali reperti possono portare ad approfondimenti diagnostici che non avvengono nello stesso modo quando il trattamento è esclusivamente antibiotico.

    Cosa mostrano gli studi precedenti

    Il rapporto tra appendicectomia e tumore colorettale è stato analizzato anche prima del lavoro presentato nel 2026, con risultati non del tutto uniformi.

    Uno studio pubblicato nel 2024 ha seguito complessivamente 224.109 partecipanti appartenenti a tre grandi coorti prospettiche. Gli autori non hanno trovato prove di un’associazione sostanziale tra precedente appendicectomia e rischio a lungo termine di tumore colorettale o dei suoi principali precursori.

    La meta-analisi inclusa nello stesso lavoro mostrava invece un aumento delle diagnosi nel periodo più vicino all’appendicectomia, interpretato dagli autori come compatibile con la causalità inversa, mentre nel lungo periodo emergeva una modesta associazione in direzione opposta.

    Anche un’analisi pubblicata nel 2022 su grandi coorti europee e britanniche aveva suggerito possibili differenze a seconda della sede del tumore, senza però stabilire un chiaro effetto protettivo dell’appendicectomia sul tumore colorettale nel suo complesso.

    Nel complesso, la letteratura disponibile non permette ancora di considerare l’appendicectomia una strategia di prevenzione oncologica. Il nuovo studio aggiunge un dato interessante, ma richiede conferme e una migliore comprensione dei possibili fattori confondenti.

    Lo studio cambia il trattamento dell’appendicite?

    Al momento, no. Nei pazienti selezionati, la terapia antibiotica rappresenta una possibile alternativa alla chirurgia, mentre in altre situazioni l’appendicectomia resta il trattamento indicato.

    Il nuovo lavoro suggerisce che gli eventuali effetti a lungo termine possano diventare una delle variabili da approfondire nella ricerca futura, insieme a recidiva, complicanze, caratteristiche dell’appendicite, età e fattori individuali di rischio colorettale.

    Cosa non conclude lo studio

    I risultati non giustificano la rimozione preventiva dell’appendice nelle persone sane e non indicano che un paziente debba scegliere la chirurgia con l’obiettivo di prevenire il tumore colorettale. La decisione terapeutica deve restare clinica e individuale.

    Qual è il significato del nuovo risultato

    L’interesse della ricerca sta soprattutto nell’aver confrontato due strategie terapeutiche dell’appendicite guardando oltre gli esiti immediati. Nei dati analizzati, il gruppo operato ha ricevuto meno diagnosi successive di tumore colorettale rispetto al gruppo trattato soltanto con antibiotici.

    Rimane però da stabilire se la differenza dipenda dalla selezione dei pazienti, dalla presenza di tumori già non diagnosticati, dagli approfondimenti eseguiti dopo l’intervento, da fattori biologici legati all’appendice o da una combinazione di questi elementi.

    Per rispondere saranno necessari studi indipendenti, informazioni più dettagliate sul follow-up e sui fattori individuali di rischio e, soprattutto, dati capaci di distinguere meglio associazione statistica e causalità.

    FAQ su appendicectomia e tumore colorettale

    Togliere l’appendice riduce il rischio di tumore colorettale?

    Il nuovo studio ha trovato un’associazione tra appendicectomia e meno diagnosi successive di tumore colorettale rispetto al trattamento dell’appendicite con soli antibiotici. Non dimostra però che la rimozione dell’appendice sia la causa della riduzione osservata.

    Cosa significa la riduzione del rischio del 58%?

    È una riduzione relativa. Nei dati dello studio, il tumore colorettale è stato diagnosticato nello 0,7% del gruppo appendicectomia e nell’1,7% del gruppo antibiotici. La differenza assoluta osservata è di circa un punto percentuale.

    Ha senso rimuovere l’appendice per prevenire il cancro?

    No. Lo studio non supporta l’appendicectomia preventiva nelle persone sane né l’intervento chirurgico come misura di prevenzione del tumore del colon-retto.

    Chi ha avuto un’appendicite deve fare controlli per il colon?

    Non esiste una risposta unica basata su questo studio. Gli accertamenti dipendono da età, storia familiare, sintomi, fattori di rischio individuali e valutazione medica. È importante seguire i programmi di screening raccomandati e rivolgersi al medico quando esistono indicazioni specifiche.

    Salute e ricerca: distinguere i risultati dalle conclusioni

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  • Fuga dei medici dagli ospedali: 3.767 dimissioni nel 2025

    Fuga dei medici dagli ospedali: 3.767 dimissioni nel 2025

    Sanità

    Fuga dei medici dagli ospedali: 3.767 dimissioni nel 2025, +150% in un anno

    Nel 2025 3.767 medici ospedalieri hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale , contro 1.503 nel 2024. Per la prima volta nella serie 2015-2025 analizzata da Anaao Assomed, le dimissioni hanno superato i pensionamenti.

    Medici in un ospedale pubblico italiano, illustrazione relativa alle dimissioni dal Servizio sanitario nazionale
    3.767 Dimissioni volontarie

    Sono quelle registrate tra i medici ospedalieri nel 2025, contro 1.503 nell’anno precedente.

    +150% Aumento in un anno

    La crescita delle uscite volontarie segna una forte discontinuità rispetto al 2024.

    12/20 Regioni coinvolte

    In 12 regioni su 20 le dimissioni volontarie hanno superato i pensionamenti.

    Nel 2025 3.767 medici ospedalieri hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale , contro 1.503 nel 2024: un aumento del 150% in dodici mesi. Nello stesso anno i pensionamenti sono stati 2.876.

    Per la prima volta nella serie 2015-2025 analizzata da Anaao Assomed, quindi, le dimissioni volontarie hanno superato le uscite per pensionamento.

    Il dato è stato pubblicato il 2 ottobre 2026 dal Centro Studi Anaao Assomed, sulla base di informazioni Onaosi, Conto annuale dello Stato e Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    La distinzione tra le date è importante: le 3.767 dimissioni riguardano il 2025, mentre il dato è stato reso pubblico nel 2026 . Al 2 ottobre 2026 non è disponibile un consuntivo nazionale completo delle dimissioni relative all’intero anno in corso.

    Il quadro sposta l’attenzione su un problema rilevante anche per valutare l’evoluzione futura del Servizio sanitario: non soltanto quanti medici il SSN riesca ad assumere, ma quanti professionisti riesca effettivamente a trattenere negli ospedali.

    Più dimissioni volontarie che pensionamenti

    Le 3.767 dimissioni volontarie registrate nel 2025 equivalgono, secondo Anaao, al 3,5% dei medici in servizio e rappresentano il valore più elevato della serie esaminata.

    Il confronto con il 2024 evidenzia una forte discontinuità: le uscite volontarie sono passate da 1.503 a 3.767 in un solo anno.

    3.767 dimissioni volontarie di medici ospedalieri registrate nel 2025.
    2.876 pensionamenti registrati nello stesso anno.
    3,5% quota dei medici in servizio rappresentata dalle dimissioni volontarie.

    Un altro dato aiuta a comprendere la pressione sugli organici. Secondo lo studio, nel 2025, per ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, il numero delle dimissioni volontarie registrate nello stesso anno è stato pari a 43.

    Considerando pensionamenti e altre cause di cessazione, le uscite complessive sono state 77 ogni 100 assunzioni a tempo indeterminato.

    Come leggere il dato

    Il rapporto non significa che 43 dei medici appena assunti siano necessariamente gli stessi professionisti che si sono poi dimessi. Il dato confronta i flussi complessivi di ingresso e uscita registrati nell’anno.

    Anaao indica inoltre un’età media di circa 48 anni tra i professionisti che lasciano, quindi ben prima della conclusione ordinaria della carriera.

    Le dimissioni superano i pensionamenti in 12 regioni

    Il fenomeno non riguarda soltanto alcune aziende sanitarie.

    Nel 2025, secondo l’elaborazione Anaao, in 12 regioni su 20 il numero delle dimissioni volontarie ha superato quello dei pensionamenti .

    Le differenze più marcate sono state rilevate in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove il rapporto tra dimissionari e pensionati è risultato compreso tra 2,4 e 3,3.

    Il quadro territoriale diventa ancora più significativo osservando l’intero decennio.

    Tra il 2015 e il 2024 il Centro-Nord ha registrato, secondo Anaao, un incremento di 4.029 medici, pari al 5,9%, mentre il Mezzogiorno ha perso 1.166 professionisti, con una riduzione del 3,1%.

    Le contrazioni percentuali più consistenti sono state rilevate in Basilicata (-24,6%), Molise (-17,2%), Valle d’Aosta (-14,2%) e Calabria (-12,6%).

    La media nazionale, quindi, non descrive da sola la capacità dei singoli territori di mantenere organici sufficienti.

    L’uscita di uno specialista può avere conseguenze molto diverse in una struttura con una dotazione adeguata rispetto a un ospedale che parte già da una situazione di carenza.

    Negli ospedali resta il problema della carenza di personale

    Il tema degli organici era già tornato in primo piano durante l’estate.

    L’11 luglio 2026 Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, ha stimato in circa 10 mila unità la carenza ordinaria di medici negli ospedali italiani .

    Nella stessa occasione il sindacato ha sostenuto che, durante l’estate, un medico su cinque possa essere costretto a rinunciare alle ferie o a posticiparle a causa della mancanza di colleghi.

    Stima sindacale

    Si tratta di stime e valutazioni sindacali, non di un censimento ministeriale 2026 della carenza di medici. Devono quindi essere distinte dai dati amministrativi ufficiali sul personale.

    Un possibile meccanismo è comunque chiaro: organici ridotti possono aumentare turni e carichi di lavoro per chi rimane; condizioni meno sostenibili possono rendere il posto ospedaliero meno attrattivo; ulteriori dimissioni possono infine accrescere nuovamente la pressione sui reparti.

    Perché i medici lasciano gli ospedali?

    Attribuire le dimissioni a una sola causa non sarebbe corretto.

    Nelle fonti disponibili non emergono dati nazionali completi che consentano di ricostruire sistematicamente la destinazione professionale di tutti i medici dimissionari e stabilire quanti passino alla sanità privata, quanti scelgano la libera professione, quanti cambino azienda o settore e quanti si trasferiscano all’estero.

    Proprio per questo Anaao ha proposto la creazione di un osservatorio nazionale permanente sulle dimissioni , con l’obiettivo di rilevare motivazioni e destinazioni professionali.

    Il sindacato associa il fenomeno a diversi elementi: intensità dei turni, retribuzioni, carico burocratico, equilibrio tra lavoro e vita privata, aggressioni nelle strutture e sostenibilità psicofisica della professione.

    I dati sulle dimissioni, da soli, non permettono di stabilire quanto pesi ciascun fattore né di attribuire a tutti i professionisti le stesse motivazioni.

    Anche la componente economica può quindi rappresentare soltanto una parte del problema.

    Nelle scelte professionali possono entrare anche il tempo, l’organizzazione del lavoro, l’autonomia, la burocrazia, la sicurezza, le opportunità di carriera e la possibilità di conciliare vita privata e professione.

    Lasciare un determinato posto di lavoro, inoltre, non significa necessariamente abbandonare la medicina.

    Vita privata e lavoro: cosa emerge dal Rapporto FNOMCeO-Censis 2026

    Alcune indicazioni arrivano direttamente dai medici intervistati nel terzo Rapporto FNOMCeO-Censis, presentato il 9 luglio 2026 e realizzato su un campione di 530 professionisti.

    67,7% dichiara che la carriera medica ha comportato molte rinunce e sacrifici nella vita privata.
    80,2% si dichiara soddisfatto del proprio lavoro e del percorso professionale.
    81,5% ritiene che il lavoro dipendente comporti un eccesso di impegni burocratici.

    Il 67,7% degli intervistati dichiara che la carriera medica ha comportato molte rinunce e sacrifici nella vita privata. La percentuale sale al 72,1% tra i medici fino a 49 anni.

    Quando viene chiesto quale sia oggi la priorità nella propria vita, il 62,7% indica famiglia e vita privata, il 27,5% la professione e il 9,8% il tempo per sé e per i propri interessi.

    Sommando le risposte relative a famiglia, vita privata e tempo personale, per il 72,5% degli intervistati questi aspetti prevalgono sulla professione.

    Questo non equivale però a un rifiuto della medicina.

    L’80,2% degli intervistati si dichiara infatti soddisfatto del proprio lavoro e del percorso professionale, mentre il 57% indica vocazione e passione tra le ragioni che lo hanno spinto a diventare medico.

    Burocrazia e autonomia

    L’81,5% degli intervistati ritiene che il lavoro dipendente comporti un eccesso di impegni burocratici, mentre il 54% segnala il rischio di una riduzione dell’autonomia decisionale professionale.

    Sono opinioni rilevate attraverso un’indagine campionaria, non misure oggettive del carico burocratico dell’intero SSN, ma aiutano a comprendere quali aspetti vengano percepiti come problematici da una parte consistente dei professionisti intervistati.

    Il 94,3% ritiene inoltre che una sanità migliore richieda maggiore umanizzazione, con più tempo e attenzione alla relazione di cura.

    Gli organici medici crescono fino al 2024, ma nel 2025 aumentano le dimissioni

    I dati disponibili non descrivono un semplice crollo generalizzato degli organici.

    Il Ministero della Salute ha comunicato il 7 agosto 2026 che nel 2024 il personale a tempo indeterminato del SSN nel suo complesso è aumentato dell’1,6% rispetto al 2023 .

    Le assunzioni sono state 58.311 e le cessazioni 47.238.

    Attenzione al perimetro

    Questi numeri riguardano il personale del Servizio sanitario nel suo complesso e non devono essere interpretati come dati riferiti esclusivamente ai medici.

    Per i medici ospedalieri, l’analisi Anaao indica invece che tra il 2015 e il 2024 la consistenza degli organici è cresciuta del 2,7%, passando da 105.380 a 108.243 unità. Nello stesso periodo si è ridotta anche l’età media.

    I due insiemi di dati hanno quindi perimetri e periodi differenti e non vanno sovrapposti.

    Il punto che emerge dall’analisi Anaao relativa al 2025 è più specifico: mentre il sistema continua a reclutare professionisti e il ricambio generazionale procede, è aumentato rapidamente anche il numero dei medici ospedalieri che scelgono volontariamente di lasciare.

    Alla questione delle assunzioni si affianca quindi quella della capacità del SSN di trattenere i professionisti nel tempo .

    Quasi 10 mila medici entrati attraverso il Decreto Calabria

    Il ricambio generazionale è stato sostenuto anche dalle norme che consentono l’ingresso nel SSN degli specializzandi durante il percorso di formazione.

    Un’analisi Anaao Assomed e Anaao Giovani pubblicata il 24 giugno 2026 ha quantificato in 9.897 i medici entrati nel Servizio sanitario nazionale attraverso le possibilità ricondotte al cosiddetto Decreto Calabria .

    Secondo Anaao, questa modalità di ingresso ha contribuito al ringiovanimento degli organici e alla copertura delle esigenze di personale.

    Il dato rende ancora più importante osservare insieme entrate e uscite.

    Aumentare la capacità di reclutamento può infatti non essere sufficiente se cresce contemporaneamente il numero dei professionisti che decidono di lasciare l’ospedale pubblico.

    La nuova sfida del SSN: trattenere i professionisti

    Il dato pubblicato il 2 ottobre 2026 segna una discontinuità nella serie analizzata da Anaao: 3.767 dimissioni volontarie nel 2025, +150% rispetto all’anno precedente e, per la prima volta nel decennio esaminato, più dimissionari che pensionati .

    Assumere nuovi medici e favorire l’ingresso degli specializzandi resta essenziale.

    I numeri più recenti mostrano però che il reclutamento non può essere considerato separatamente dalla capacità di mantenere i professionisti all’interno degli ospedali.

    La domanda centrale diventa quindi non soltanto quanti medici entreranno nel Servizio sanitario nazionale, ma quanti sceglieranno di restarci e per quanto tempo .

    I dati dei prossimi anni permetteranno di capire se l’impennata registrata nel 2025 sia stata un episodio eccezionale o l’inizio di una trasformazione più strutturale del lavoro medico negli ospedali pubblici.

    FAQ sulle dimissioni dei medici dagli ospedali

    Quanti medici si sono dimessi dagli ospedali secondo i dati pubblicati nel 2026?

    Lo studio Anaao Assomed pubblicato il 2 ottobre 2026 registra 3.767 dimissioni volontarie di medici ospedalieri nel 2025 , contro 1.503 nel 2024. L’incremento è del 150%.

    È corretto parlare di 3.767 dimissioni nel 2026?

    No. Le 3.767 dimissioni sono avvenute nel 2025. Il dato è stato pubblicato da Anaao Assomed il 2 ottobre 2026.

    Al 2 ottobre 2026 non è disponibile un consuntivo nazionale completo relativo a tutte le dimissioni dell’anno 2026.

    Le dimissioni hanno superato i pensionamenti?

    Sì. Nel 2025 Anaao registra 3.767 dimissioni volontarie e 2.876 pensionamenti.

    È la prima volta che le dimissioni superano i pensionamenti nella serie analizzata dal 2015 al 2025.

    Dove vanno i medici che lasciano il Servizio sanitario nazionale?

    Nelle fonti disponibili non emergono dati nazionali completi che consentano di ricostruire la destinazione professionale di tutti i medici dimissionari.

    Non è quindi possibile stabilire quanti passino al privato, alla libera professione, ad altre aziende, all’estero o ad altre attività.

    Qual è il problema principale evidenziato dai dati?

    Oltre alla necessità di reclutare nuovi professionisti, emerge una questione di permanenza negli ospedali.

    Il SSN deve riuscire non soltanto ad assumere medici, ma anche a creare condizioni che consentano di trattenerli nel tempo.

    Sanità italiana: organici, ospedali e Servizio sanitario nazionale

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